L’intelligenza artificiale è il tentativo di simulare (ottenere) mediante una macchina quell’insieme di abilità (capacità) che generalmente si riconoscono agli esseri viventi in vario grado; ovviamente al massimo grado tali capacità sono riconosciute agli umani. Chiedersi come si può ottenere da una macchina un comportamento che non si sa ben definire neanche per un uomo pone già un quesito interessante ma il tutto viene già vanificato dalla considerazione che le ricerche in questo campo hanno avuto risultati deludenti tanto da poter dire che il programma è fallito (ad oggi) almeno rispetto alle aspettative iniziali. Come mai?
Non sono un esperto di questa disciplina – peraltro assai complessa – ma mi concedo una piccola riflessione che può costituire un microscopico contributo alla comprensione del problema.
Uno degli obiettivi centrali della intelligenza artificiale è la comprensione del linguaggio naturale: in poche parole fare in modo che la macchina riesca a capire quello che un umano dice; il problema consta di due aspetti: la identificazione e registrazione del parlato e la comprensione del contenuto.
Sono già in uso e molto noti vari software che risolvono il primo problema; il tutto va sotto il nome di riconoscimento vocale; in poche parole si parla in un microfono, il computer registra, riconosce le parole e le trascrive in un testo che poi sarà opportunamente corretto; niente di straordinario, anche se potete immaginare che il software preposto a questo compito è decisamente complesso dovendo adattarsi alla specifica voce dell’utente ed essendo anche in grado di apprendere sempre meglio la sua funzione di riconoscimento.
Se parliamo di apprendimento allora siamo certamente in presenza di una qualche forma di intelligenza? si e no; la persona inesperta sarà certamente stupita di questa notevole capacità ma chi ha qualche modesta nozione di informatica si rende conto che non si tratta dello stesso apprendimento della mente umana: le modalità dell’imparare in un umano coinvolgono metodiche e fenomeni molto complessi che si riferiscono alla memoria, alla intuizione, alla analogia, alla formalizzazione, alla deduzione e via complicando; nel computer invece si tratta di algoritmi che generano schemi fonetici e li confrontano con dati memorizzati in precedenza; certamente gli algoritmi che permettono il miglioramento e la velocizzazione del confronto sono decisamente complessi ma restano del tutto comprensibili e prevedibili.
La comprensione del parlato è invece tutt’altra cosa: trattasi di identificare una sequenza sonora, interpretarla correttamente ed eseguire – se del caso – le istruzioni. Interpretare una frase vuol dire, innanzitutto, capire cosa significa. Questo è un vero problema di intelligenza artificiale, anzi, è un problema di intelligenza e basta.
E’ del tutto ovvio che è centrale in questo problema il linguaggio con cui si parla: già parlare in Inglese o in Italiano pone problemi molto diversi: in generale più complessa è la struttura sintattica della lingua e più problemi avremo. Ma quello che conta è la semantica: il complesso dei significati attribuiti alle parole e alla loro combinazione è talmente ricco e vario che sembra impossibile arrivare ad una classificazione completa. Ma non è questo il problema principale.
Facciamo un esempio: se dico “Prendimi del pane fresco.” cosa intendo? dal frigo o appena sfornato (che fresco non sarà di sicuro)?
Questo è solo un problema di modi di dire (la nostra lingua ne è piena) basterebbe rinunciarvi in qualche misura e avremmo risolto il problema.
In realtà ci sono ostacoli ben più robusti; il fatto è che la lingua si evolve in continuazione, anche nello stesso parlante le frasi possono assumere significati diversi a seconda del momento in cui sono dette per non dire del tono in cui le parole sono pronunciate.
L’ostacolo maggiore sembra però essere la metafora; anche in una accezione limitata di questa figura retorica
Per una discussione massimamente competente e decisamente completa su questi temi consiglio il libro – più che un libro, una miniera – Gödel, Escher, Bach. Un’eterna ghirlanda brillante. Una fuga metaforica su menti e macchine nello spirito di Lewis Carroll di Douglas R. Hofstadter, Adelphi 1990 reperibile anche nella nostra biblioteca.


17 comments
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3 Giugno, 2008 a 16:11
pieraisgro
…proviamo a pensare com’è “costruito” il cervello umano…troviamo i “geni” e tutte le reazioni all’esperienza di vita…è misterioso, irripetibile, affascinante…
3 Giugno, 2008 a 15:24
Igor R.
la mia era solo una sorta di battuta sul barbiere…ovvio che se le condizioni sono queste il problema non ha soluzioni (in teoria)
perchè le capacità di una macchina e il livello di “intelligenza” che essa può avere glielo forniamo noi…ma come un unomo non può artificialmente creare un altro uomo….non può neppure creare un cervello e non potendo creare un cervello non può creare tutte le emozioni che da esso vengono catturate (non ostante ci possano essere dei sensori che si avvicinano ma non sarano mai come il cervello umano)
inoltre il “cervello” delle macchine è solo una MEMORIA…non un vero cervello….una memoria che usa dati che noi forniamo per fare cioè che noi diciamo che potrà fare….
prof non può pormi una domanda così esistenziale che nemmeno i filosofi sanno rispondere (a cui u_u)….questo è un altro discorso….
2 Giugno, 2008 a 14:13
bobcarr
@igor il paradosso si fonda su una precisa definizione: in quel mondo vige la regola che chi taglia la barba è un barbiere oppure il possessore della barba; modificare i termini del problema vuol dire porre UN ALTRO PROBLEMA.
perchè dici che una macchina non potrà mai avere emozioni, mi sai dire che cosa sia ESATTAMENTE un’emozione? e cosa significa non avere un cervello autonomo? un microprocessore e un software molto molto evoluti non sono un cervello?
e poi … sei sicuro che anche noi non siamo programmati da qualcuno? che magari sta lì a guardare e a ridersela di grosso come in un colossale video-game?
2 Giugno, 2008 a 10:52
Igor R.
o potrebbe chiedere a qualsiasi persona non barbiere di tagliarla…in fondo non ci vuole una laurea per tagliare una barba no??
in ogni caso…no una macchina non può risolvere cose paradossali ragionando per algoritmi.,..come non potrà mai raggiungere livelli emozionali…è possibile creare un algoritmo che faccia arrossire o far sentire a disagio una macchina?? io penso proprio di no….l’intelligenza artificiale può svilupparsi molto però ha pur sempre un grosso limite….non ha un cervello autonomo…ma bensì uno che noi programmiamo per lei…
1 Giugno, 2008 a 16:28
pieraisgro
…questo ragionamento porta a conclusioni contraddittorie, un’intelligenza artificiale non capirebbe le contraddizioni…ma il barbiere non potrebbe convincersi che essendo egli stesso un uomo, con la qualifica di barbiere, potrebbe tagliare le sua lunghissima barba…altrimenti …che barba!!!
1 Giugno, 2008 a 15:20
bobcarr
Nella grande concentrazione per tentare di risolvere il paradosso, il barbiere non si accorse che la barba già toccava terra.
1 Giugno, 2008 a 14:49
morritz
Non saprei, questo paradosso mi manda in crash!
Giulio “Morritz” Moretto
30 Maggio, 2008 a 19:24
pieraisgro
…perdonatemi il vanno!!
30 Maggio, 2008 a 19:23
pieraisgro
Regola:gli uomini che non si fanno la barba da soli vano dal barbiere…quanta barba può farsi da solo il barbiere??
30 Maggio, 2008 a 14:05
bobcarr
@morritz giusta osservazione; il caso è dubbio ma se il barbiere,per puro caso , fosse un uomo cosa succede?
29 Maggio, 2008 a 19:45
morritz
Nessuno se il barbiere è una donna!!
Giulio “morritz” Moretto
29 Maggio, 2008 a 06:07
bobcarr
@morritz proviamo a fare un paradosso che una macchina non può risolvere mentre l’uomo si: in un’isola vige la regola che gli uomini che non si fanno la barba da soli vanno dal barbiere; chi fa la barba al barbiere?
morale: come fanno i migliori insegnanti, quando esponiamo una teoria poi bisogna fare subito un esempio.
28 Maggio, 2008 a 19:39
morritz
Argomento interessante. Molto probabilmente si potrà arrivare ad un intelligenza artificiale ma non credo si potranno raggiungere facilmente emozioni.
L’intelligenza artificiale potrebbe arrivare, secondo me, a fare operazione logiche e matematiche (collegare un discorso, contare, ecc…) anche superando l’uomo in certi campi di calcolo e logica complessa, senza riuscire ad emulare la mente umana completamente.
Provate a fare un paradosso ad una macchina, si pianterà di sicuro poiché non trova una soluzione valida, ragionando per algoritmi.
Giulio “morritz” Moretto
28 Maggio, 2008 a 15:01
bobcarr
L’androide prova “Androidicità” come il felino “Felinità” e così via; si tratta di riconoscimento del proprio simile e quindi attenuazione dell’angoscia di sentirsi soli nel mondo: un modo per combattere il nichilismo.
28 Maggio, 2008 a 09:29
pieraisgro
Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
L’androide( intellegenza artificiale) può provare empatia? (Umanità?)
…e quanto l’uomo oggi è in grado di difenderla?
27 Maggio, 2008 a 18:53
bobcarr
Non potendo definire razionalmente il “gusto di un volo nell’immaginazione” non possiamo sapere se una macchina ne sarà capace.
A questo proposito suggerirei il racconto “Do Androids Dream of Electric Sheep?” di Philip K. Dick
27 Maggio, 2008 a 17:50
pieraisgro
L’immaginazione può fare un uso creativo delle regole lessicali, grazie alla metafora!
Come può l’intelligenza artificiale provare il gusto di un volo nell’immaginazione?
La mente umana è insostituibile!