Discutiamo, in classe terza A, il seguente enunciato:

ognuno di noi ricerca la stima dei propri pari

Come si arriva ad una tesi del genere?

Siamo partiti da un commento, il cui contenuto non interessa qui discutere, di un alunno a un mio articolo. L’affermazione, dopo ampia discussione, risultava, a giudizio di tutta la classe, superficiale e fuorviante: in altre parole si diceva una cosa ma se ne intendeva un’altra. Una questione di coerenza e di “peso” delle parole.

E così si parla dell’importanza delle parole, del loro significato, della necessità che la scelta di una parola sia attentamente valutata in relazione al complesso del discorso, della verifica che il destinatario (o i destinatari) siano consapevoli del significato della parola e che questo sia lo stesso di chi scrive, e così via. Non mancano, ovviamente, (e come potrebbero) i riferimenti alle parole che usiamo in matematica, specialmente quando entriamo in quello stato particolare che chiamiamo “definizione” o  “enunciato”: allora, come si usa dire, le parole sono piombo (per qualche studente, proiettili).

Improvvisamente ci chiediamo: perchè dobbiamo essere così attenti quando  scriviamo? evidentemente non vogliamo farci fraintendere da chi legge.  Se stiamo dialogando, dalla risposta dell’intelocutore possiamo capire se il messaggio è arrivato correttamente e quindi corregere il tiro. Se scriviamo e se scriviamo “in pubblico”, la cosa è definitiva, irrimediabile: otteniamo il consenso di qualcuno e il dissenso o (peggio) l’indifferenza di qualcun altro. Possiamo rettificare o (come usa spesso in ambito governativo) sostenere il fraintendimento con uno scritto successivo, però, ormai, il danno è fatto.

Dopo pesante discussione (lunga e approfondita, come nei verbali d’esame) , quasi tutti concordano che:

  • è meglio se i consensi sono più dei dissensi
  • è molto meglio se i consensi, pur in numero esiguo, sono qualificati
  • siamo poco preoccupati se i dissensi sono poco qualificati

Finalmente arriviamo al cuore del nostro argomento: cos’è un dissenso/consenso poco/molto qualificato?

La qualifica poggia interamente sulla stima che abbiamo della persona che legge (ascolta):  se stimiamo la persona allora il suo consenso/dissenso è qualificato; non importa che l’interlocutore sia importante o famoso riconosciuto:  importa che noi lo si stimi tale; se è importante e riconosciuto da noi allora noi lo stimiamo e ci importa del suo giudizio sul nostro pensiero; se il suo giudizio è positivo allora egli pensa come noi, è come noi: è un nostro pari.

Ricerchiamo la stima dei nostri pari.

Ovviamente, i nostri pari ricercano la stima dei loro pari, che siamo noi. Alla fine ci dovremmo trovare.

In realtà la cosa non è così semplice: quelli che noi consideriamo (aspiriamo siano) nostri pari, magari non lo sono, sono superiori; oppure ci sentiamo loro pari ma il sentimento non è condiviso: come potete immaginare le combinazioni sono molteplici.

Sia come sia, due sono i fatti importanti:

  1. questo meccanismo (sistema dinamico) ha un solo verso, dal negativo al positivo; intendo dire: nella ricerca delle persone nostre pari andiamo verso qualità superiori o perlomeno così pensiamo;  la conseguenza diretta è che la nostra rete di stime va necessariamente migliorando.
  2. questo procedimento è assolutamente gratuito: la stima, contrariamente alla popolarità, non si può comprare, la stima è un fatto intimo, individuale, privato: è impossibile avere o dare stima per un compenso.

Questa riflessione ha ottenuto un silenzio e un’attenzione in classe che nessuna lezione di matematica aveva mai avuto.

Riflettiamo, riflettiamo.

P.S.

Come faccio a verificare l’apprendimento di questa lezione?