Quando i ragazzi ragionano…

TIPOLOGIA B – AMBITO TECNICO SCIENTIFICO
Rivoluzione tecnologica: la nostra immortalità o la nostra estinzione

Sono circa tre milioni e mezzo (3.500.000!) di anni che noi esseri umani camminiamo sul pianeta Terra. Questa data segna l’inizio della Preistoria, ovvero della nascita della tecnologia: la costruzione di rudimentali utensili in pietra segna il distacco dell’essere umano da ogni altra forma di vita sul pianeta. Solo 20.000 anni fa, l’uomo cominciò a sviluppare l’agricoltura e a creare una società sedentaria. 3.500 anni fa nasce la scrittura, la lavorazione dei metalli, si sviluppano società sempre più complesse, che assumono caratteri sempre maggiori che trovano la massima espressione nell’Impero Romano prima e nei successivi regni nazionali che diventeranno le nazioni in cui abitiamo oggi. Curiosamente, sono state fatte più scoperte tecnologiche nel XX secolo che in tutto il resto della storia dell’umanità (3.500.000 milioni di anni!), e alcune ricerche affermano che entro il 2020 avremmo già raddoppiato l’avanzamento tecnologico rispetto a quello dell’intero ‘900. Cosa dimostra questo? Dimostra che l’avanzare della tecnologia si può rappresentare con un’esponenziale: inizialmente cresce molto lentamente, finché non inizia a salire e improvvisamente raggiunge vette sempre più alte in tempi sempre minori. Nel breve futuro avremmo a nostra disposizione tecnologie che neanche lontanamente immaginiamo; ma ciò cosa significherà? Dopotutto, anche la bomba atomica ha segnato un traguardo nella fisica, eppure ha causato solo morte e distruzione. Se nel futuro costruissimo una “bomba atomica” immensamente più potente, cosa ne sarebbe di noi? E se invece inventassimo una sostanza la cui utilità è paragonabile alla penicillina inventata nel 1900 da Fleming, ma con proprietà guaritive immensamente superiori, non sarebbe la nostra salvezza?
E’ tipico per un ragazzo della mia età sentirsi dire dai propri genitori: “Smettila di stare al computer e fai qualcos’altro”: essendo nati in una generazione in cui telefoni e computer non esistevano, essi tendono a pensare che non abbiano alcuna utilità pratica; stessa cosa accadeva nell’ambiente scolastico. Ma, come dice Dianora Bardi, “Per gli studenti si apre una grande opportunità: finalmente nessuno proibisce più di andare in internet, di comunicare tramite chat, di prendere appunti in quaderni digitali o leggere libri elettronici”: si sta entrando nella fase in cui la tecnologia viene accettata come parte integrante della vita, o meglio, gli ultimi avanzamenti tecnologici entrano stabilmente nella nostra vita: questo perché ogni nuova tecnologia prima attraversa una fase iniziale di perfezionamento, e poi viene inclusa nella nostra vita quotidiana. Basti pensare che dopo la costruzione del primo computer passarono molti anni prima che questi diventarono comuni in ogni casa. Spesso si fa coincidere il termine “tecnologia” con l’elettronica di consumo, ed è sbagliato: un telefono o un computer non sono tecnologia, sono l’espressione del nostro livello tecnologico, unito al contesto culturale in cui si sviluppa.
Il primo computer faceva circa due calcoli al secondo, un normale computer moderno ne fa qualche miliardo. Ciò che costruiamo diventa sempre più potente: per dare qualche numero, si stima che il cervello umano riesca a fare 1016 calcoli al secondo, un computer normale 1010. Continuando di questo passo, sembra che presto questi computer ci supereranno. Questo collide col pensiero di Massimo Gaggi, espresso da Lord Martin Rees: “i robot sono utili per lavorare in ambienti proibitivi per l’uomo — piattaforme petrolifere in fiamme, miniere semidistrutte da un crollo, centrali in avaria che perdono sostanze radioattive — oltre che per svolgere mestieri ripetitivi.” Dovrebbero quindi sostituirci come lavoratori nei settori primario e secondario, permettendo a noi uomini di dedicarci al terziario e a lavori intellettualmente più elevati. In pratica, essere per noi ciò che gli africani erano per i sudisti americani: schiavi. “Ma devono restare al livello di «utili idioti: la loro intelligenza artificiale va limitata, non devono poter svolgere mestieri intellettuali complessi”. Ciò che ho appena detto: possono coltivare i campi, assemblare una macchina, riparare un orologio. Questo solo perché l’idea di avere una specie senziente, al pari o addirittura superiore degli esseri umani, che cammini di fianco a noi è qualcosa che ci terrorizza. Un po’ come quando un topolino incontra un gatto e scopre che qualcosa più grande di lui vuole mangiarlo.
Ma dobbiamo davvero lasciarci sopraffare dalla paura e non sviluppare ulteriore tecnologia, oltre un certo limite? Questo sostanzialmente significherebbe fermare un processo di evoluzione che dura da qualche milione di anni, un progresso intrinseco a noi umani, significherebbe andare contro la nostra stessa natura. E se non evolviamo possiamo solo involvere, finché non si giungerà alla nostra stessa estinzione.
Sembra quindi che non si possa fermare l’avanzamento tecnologico, e questo porterà, secondo gli esperti nel giro di nemmeno mezzo secolo, alla creazione di macchine pensanti, più precisamente chiamate AGI, Artificial General Intelligence. Se qualcuno è convinto che ciò non possa accadere, perché convinto che sia impossibile costruire un cervello, basta pensare che in fondo la nostra mente è composta da neuroni che “si accendono o spengono” attraverso impulsi elettrici per immagazzinare informazioni. Gli attuali hard disk dei computer funzionano allo stesso modo, sono solo più piccoli.
A questo punto ci si troverebbe davanti a due possibili scenari: magari a causa del nostro trattarle come schiavi, magari per altri motivi, le macchine potrebbero ribellarsi e sterminarci tutti. Qualcuno potrebbe pensare “Ma ad una macchina basta togliere la corrente e non funziona più”; certo, anche a noi umani basta togliere l’ossigeno e non funzioniamo più, ad esempio. In questo scenario, non credo ci sarebbe molto da fare per noi: un cervello biologico è molto più lento e meno flessibile di uno meccanico, e gente del calibro di Stephen Hawking segue questa linea di pensiero: dei robot-umani possono solo che portarci all’estinzione.
Però, cosa succederebbe se si riuscisse a convivere con queste macchine, a insegnare loro la pace e non la guerra? D’altronde, un bambino a cui si dà in mano un fucile imparerà a sparare, ma uno a cui si dà un libro imparerà a leggere. Fabio Chiusi chiama questo scenario “transumanismo”: “È il «transumanismo» e si può definire, scrive il saggista Roberto Manzocco in “Esseri Umani 2.0” (Springer, pp. 354), come «un sistema coerente di fantasie razionali para-scientifiche», su cui la scienza cioè non può ancora pronunciarsi, «che fungono da risposta laica alle aspirazioni escatologiche delle religioni tradizionali» “. Non sono totalmente d’accordo con questa asserzione: questo transumanismo, cioè il “trascendere dall’umano”, non è una semplice “fantasia razionale para-scientifica”, ma potrebbe essere il prossimo stadio dell’evoluzione di noi esseri umani. Se si riesce a convivere pacificamente con le macchine senzienti, l’umanità giungerà a una nuova fase di vita, una sintesi fra macchine e uomini, fra meccanica e biologia con evidenti benefici che lo stesso Chiusi considera: “Per convincersene basta scorrerne i capisaldi: il potenziamento delle nostre capacità fisiche e psichiche; l’eliminazione di ogni forma di sofferenza; la sconfitta dell’invecchiamento e della morte.” Di fronte a ciò, c’è qualcuno che potrebbe seriamente rinunciare ad un avanzamento tecnologico di questo calibro per semplice paura? E ancora: “Ciò che piace ai geek della Valley è che questi grandiosi progetti di superamento dell’umano nel “post-umano” si devono, e possono, realizzare tramite la tecnologia. E tecniche, la cui fattibilità è ancora tutta da scoprire, come il “mind uploading”, ossia il trasferimento della coscienza su supporti non biologici, e le “nanomacchine”, robot grandi come virus in grado di riparare le cellule cancerose o i danni da malattia degenerativa direttamente a livello molecolare.” Nanomacchine, supporti non biologici, esoscheletri, tutte parole che fanno paura ma che in verità celano qualcosa di grandioso. Sempre Chiusi afferma che “Anche la Silicon Valley ha la sua religione.”. Silicon Valley, la valle del silicio, è diventata il simbolo di questo avanzamento tecnologico, ma perché mai dovrebbe avere “la sua religione”? In fin dei conti, la religione è la nostra speranza e risposta riguardo al più grande mistero: la morte. Cosa potrebbe mai centrare la morte, passaggio o termine obbligatorio della nostra vita, con tutto ciò di cui abbiamo parlato?
Poco fa abbiamo accennato al “mind uploading”, ossia il trasferimento del cervello su un supporto non biologico, come hard disk o cd-rom. Non sarebbe questa la sconfitta della morte? Se, una volta che il mio corpo fisico non è più in grado di esistere per dei limiti, appunto, fisici, trasferissi la mia mente su un computer, magari insieme a quella di milioni di altre persone, non si sarebbe sconfitta la morte stessa? Probabilmente è proprio per questo che Umberto Galimberti crede che “La progettualità tecnica, infatti, dice avanzamento, ma non senso della storia. […] Le mitologie perdono la loro forza persuasiva. Tecnica vuol dire, da subito, congedo degli dèi.”. Questo congedo degli dei è dovuto alla fine del motivo di esistenza della religione stessa, e di conseguenza della figura del Dio. Forse, dopo il transumanismo, le religioni assumeranno un’altra concezione che non possiamo attualmente comprendere.
Concludendo, credo che la tipica frase che si sente dire da tutti “La tecnologia può essere buona o cattiva, dipende dall’uso che se ne fa” abbia un significato molto più profondo di quello che si tende a pensare solitamente. Riuscire a creare una macchina senziente il cui unico scopo è migliorare la vita di noi umani è qualcosa di incredibile. Tanto quanto è pauroso il crearne una il cui scopo è sterminarci tutti. Sono tuttavia molto fiducioso nel futuro: credo che l’umanità riuscirà a fare la scelta giusta e si arriverà in un posto in cui nessuno prima d’ora è mai stato. Si arriverà nel transumano.(Diego Chinellato 4^A )

Saggio Breve Ambito Tecnico-Scientifico
Argomento: Tecnologia Pervasiva

La tecnologia si può sostituire alla scienza? I robot o le nanomacchine possono alienare i pensieri e i sentimenti dell’uomo? La società moderna sempre meno legata alla religione tradizionale può trovare risposta alle aspirazione escatologiche attraverso la religione della Silicon Valley, cioè da dove parte tutto il progresso tecnologico. Questo nuovo tipo di religione si basa sul “Transumanesimo” che vede come obiettivi “il potenziamento delle capacità fisiche e psichiche, l’eliminazione della sofferenza, dell’invecchiamento e della morte” (Fabio Chiusi). I dogmi di questo nuovo credo possono sembrare assurdi ma lo sviluppo della tecnologia pervasiva, cioè presente in ogni ambito della vita, è molto più veloce dello sviluppo della società contemporanea. Con l’aiuto degli ingegneri della Silicon Valley, che potrebbero rappresentare i nuovi capi religiosi, le tecnologia rappresenta il superamento dei nostri limiti. Il motore che dà avvio all’iniziativa si identifica nei limiti caratteristici della persona, come afferma il filosofo Cartesio, quindi la creazione di un super-uomo potrebbe affievolire la forza di volontà presente nell’essere umano. Questa religione che punta al mind uploading, cioè al trasferimento delle conoscenze su supporti non biologici e alla creazione un uomo senza limiti, potrebbe con l’evoluzione portare ad una regressione della società e della cultura. Il senso del limite fa diventare creativi, meno orgogliosi e megalomani, più umili e ci fa valorizzare l’attimo senza essere travolti dalla velocità. La tecnica dovrebbe aiutare l’uomo in quelle condizioni e ambienti non facilmente accessibili o vivibili. Massimo Gaggi afferma che i robot possono dare un grande supporto all’uomo nelle piattaforme petrolifere, nelle centrali in avaria e nei mestieri ripetitivi ma negli ultimi tempi sono usciti dalle fabbriche per occupare mansioni come il banchiere o il cassiere, nella forma di bancomat e cassa automatica. Possono essere anche utili nella biorobotica, un settore della medicina che utilizza le nuove tecnologie, dove le nanomacchine possono curare in modo mirato a livello molecolare molte malattie. In prima analisi la tecnologia è supporto alla scienza perché permette di creare più spazio e tempo per l’uomo e ci permette anche di scoprire cose nuove. Lo scopo della tecnologia è il miglioramento, il benessere e l’evoluzione ma si delinea un paradosso: lo sviluppo crea spazi e tempi ma l’uomo contemporaneo ha sempre meno tempo e iniziativa causato dalle infinite distrazioni che la tecnica stessa crea. Bacone nel “Novum Organum” propugna che la tecnica deve supportare l’uomo come strumento indispensabile per amplificare le sue conoscenze. “La nuova Atlantide” sempre dello stesso autore dovrebbe profetizzare la moderna società industriale dove l’uomo utilizza la tecnica per scopi di ricerca e per la creazione di una forte base culturale. Oggi invece non è l’uomo che usa la tecnologia ma è quest’ultima che è diventata indispensabile per uomo. Se dimentichiamo il cellulare o se non siamo sempre connessi ci sentiamo esclusi dal mondo e non lo riconosciamo più ed è proprio questo l’obiettivo delle grandi compagnie capitalistiche come afferma Carlotta Maria Correra. Le grandi aziende della Silicon Valley, cioè i nuovi sacerdoti del “Transumanesimo”, vogliono farci diventare persone senza senso critico e ragione, assoggettate all’auctoritas del format e del superficiale apparire. Attraverso il “Transumanesimo” l’uomo si sostituisce alla macchina e viceversa e con il “forma mentis” del capitalismo ci trasformiamo in anonimi acquirenti, assoggettati ad una dittatura tecnologica sotto una forma di schiavismo virtuale. Appare che questa forma di culto digitale faccia arricchire i produttori della tecnologia e ingrandisca ancora di più il digital divide e la differenza tra ricchi e poveri. Uno dei dogmi fondamentali della religione dei geek della “culla” della tecnologia, e forse anche quello più difficile da raggiungere, è la creazione di un uomo potenziato dalla tecnica ma questo miglioramento dell’umanità, che sarà riservato a pochi, propone in chiave futuristica l’eugenetica. L’uomo perde le sue caratteristiche e non servono a niente persone gonfiate dalla tecnica se si comincia a discriminare. La società moderna ha bisogno di essere potenziata con caratteristiche naturali come i sentimenti e le virtù sempre più affievoliti dai social network e dalla rete. Dato che la tecnologia ci rende pigri e monotoni bisogna chiedersi se è veramente indispensabile a scuola. Ovviamente permette di accedere alle informazioni più in fretta ma non aumenta l’apprendimento degli studenti. Manfred Spitzer in “Demenza Digitale” afferma che la tecnologia porta ad aumentare lo stress, la violenza e i disturbi dell’apprendimento. Lo psichiatra dice che “non è troppo tardi per correggere la strada ma bisogna capire bene i pericoli” che le nuove tecnologie ci propongono. La tecnica si sta sostituendo all’uomo quindi, come afferma il saggista moderno Umberto Galimberti, l’umanità si sta allontanando dagli dei, rappresentati dai sentimenti e dalle virtù. La tecnologia diventa la nostra ombra e ci fa calpestare la dignità dell’uomo. La scienza, che rappresenta la conoscenza dell’uomo, si sta inchinando al capitalismo della tecnica legata solo ai profitti. L’uomo deve ricondursi verso gli “dei” di Galimberti recuperando il rapporto che si sta creando tra lui e la tecnica.( Cappellazzo Giacomo 4^A)

Tipologia B, “tecnologia pervasiva”.
Da Bacone a Kubrick: come l’uomo ha timore del progresso tecnologico non consapevole.
Con lo sviluppo della tecnica possiamo permettere, senza rendercene conto, che la nostra natura umana venga plasmata dal progresso tecnologico.
E’ giusto che l’uomo allarghi i suoi orizzonti mentali e fisici, che sia spinto da una curiosa e inestinguibile ricerca della conoscenza, ma è altrettanto sensato che la corsa al progresso sia controllata e che non ci facciamo travolgere dallo sviluppo tecnologico.
Le macchine devono essere degli “utili idioti” (come dice Massimo Gaggi, “E i l robot prepara i cocktail e fa la guerra”), aiutarci a migliorare la nostra condizione di vita, promuovere la ricerca, ma senza prendere il nostro posto.
Nei racconti di Isaac Asimov (scrittore, scienziato e divulgatore americano) ci sono delle leggi fondamentali che impediscono ai robot di prevalere sugli uomini: “un robot non può recare danno a un essere umano, né permettere che, a causa della sua negligenza, un essere umano patisca danno.”
E’ giusto porre dei limiti alla scoperta e al progresso?
Da una parte è bene alimentare la curiosità e la ricerca, ma (come nei racconti di Asimov) non dobbiamo dimenticare che le macchine sono pensate per essere i nostri sottoposti e per lavorare al nostro posto; se diventassero i nostri padroni sarebbe un controsenso.
Il problema sorge quando le macchine invadono la nostra vita in tutti i suoi aspetti (lavoro, scuola, vita sociale…). Per esempio nel film “Her” (Spike Jonze, 2014) si racconta la storia di un uomo che si innamora dell’assistente vocale del suo telefono.
Questa allegoria è impressionante perché al giorno d’oggi gli “utili idioti” di cui parlava Gaggi nel suo articolo sul Corriere della Sera sono già stati superati da macchine pensate per interagire in tutto e per tutto con il proprio utilizzatore.
E’ quindi possibile che si crei dell’empatia per questi “embrioni di macchine pensanti” e che si cerchi in tutti i modi di umanizzarli.
La tecnologia non ha ancora sconfinato così invasivamente nella nostra vita sociale, ma nessuno sa ancora casa ha in serbo il futuro per noi, e soprattutto per le macchine pensanti.
Il settore del lavoro e dell’industria, al contrario, è già da tempo invaso dalla tecnologia. Proprio come nel film “Tempi moderni” (C. Chaplin, 1936), il lavoratore si sente smarrito senza i suoi attrezzi tecnologici, tanto che arriva a identificarsi con essi (dato che a loro è riservata la maggior parte del lavoro).
Lo scopo della tecnologia è proprio quello di farci risparmiare fatica e lavoro; ma siamo ancora in grado da distinguere il lavoratore dai suoi strumenti di lavoro, oppure le due cose si confondono, con la conseguenza che il lavoratore diventi un subordinato della macchina?
Per quanto riguarda la scuola e l’istruzione, Dianora Bardi (nel suo saggio “La tecnologia da sola non fa la scuola”) espone i vantaggi del progresso tecnologico in ambito scolastico, in quanto ci aiuta a sperimentare metodi di apprendimento nuovi e più producenti, aprendo un’infinità di frontiere.
Nonostante ciò, il sociologo Manfred Spitzer, nel suo saggio “Demenza digitale”, risponde con alcune ricerche statistiche e psicologiche secondo le quali gli studenti che fanno un uso intenso e prolungato di strumenti tecnologici (sia nello studio che nel tempo libero) hanno
dei risultati meno buoni a scuola, ed è più facile che manifestino segni di demenza arrivati alle soglie della vecchiaia.
Ancora una volta ritorna il controllo (e in questo caso l’uso corretto e consapevole) dei mezzi tecnologici nella nostra vita e nelle esperienze quotidiane.
Nel suo articolo “Trans-umano la trionferà”, Fabio Chiusi allarga gli orizzonti, spiegando che non solo la tecnologia arriverà a riguardare tutti gli aspetti della vita umana, ma cambierà addirittura la nostra stessa natura.
Non si tratta (come nel pensiero nietzscheano) di fare un deserto dei valori tradizionali per far posto al superuomo, ma semplicemente un “upgrade” di ciò che siamo già, un miglioramento tecnico della nostra mente e del nostro corpo.
Di fronte a queste aspettative c’è chi si può rifugiare nel primitivismo, in un ritorno a una vita senza tecnologia (come fecero i luddisti per protestare contro la rivoluzione industriale del 18esimo secolo).
Tuttavia, come diceva il filosofo inglese Francis Bacon, “sarebbe pazzesco […] che ciò che finora non è mai stato fatto, possa essere fatto senza far ricorso a metodi non ancora tentati”.
Con questo di vuole dimostrare che è sbagliato opporre resistenza agli scenari che il futuro ci propone, anche se possono sembrarci posso rassicuranti e distopici, come nel caso del trans-umano di Fabio Chiusi.
D’altronde, come diceva il matematico inglese Bertrand Russell, “la scienza ci dà la possibilità di conoscere i mezzi per giungere a uno scopo prescelto, ma non ci aiuta decidere quali scopi perseguire”.
Se Bacone, nei suoi aforismi e nell’opera “La nuova Atlantide” ha una visione ottimista del progresso, l’autore S. Kubrick, nel suo film “2001. Un’Odissea nello spazio” si serve della somiglianza con tra le astronavi e gli ossi (usati dai primitivi come utensili) per esprimere nella sua grandiosità l’evoluzione dell’uomo in una delle sequenze più significative della storia del cinema.
Il regista ha una visione negativa del progresso e nella narrazione usa il computer di bordo che si ribella agli astronauti come metafora del progresso tecnologico non responsabile.
Il progresso, ovviamente non può essere arrestato.
Tuttavia è necessario controllarlo, rapportarci in modo consapevole con ciò che la tecnologia genera, ma soprattutto porvi dei limiti laddove è necessario.
Per esempio, la fusione nucleare (tecnologia ancora in via di sviluppo) potrebbe essere usata per produrre energia elettrica pulita, oppure per fare le bombe atomiche.
Albert Einstein diceva: “Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma so con quali si combatterà la quarta; con i bastoni e le pietre”.
La tecnologia deve tornare ad essere un semplice strumento nelle mani della scienza.
Come diceva Umberto Galimberti in “Psiche e Tecnè”, la tecnologia va usata per promuovere la creatività, per prepararci un futuro migliore e per abbattere alcuni nostri limiti. ( Nardean Lorenzo)

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