Il segreto di Jimmy (ricucito dalla prof. e realizzato a più mani))

CAPITOLO 1°

Jimmy si guardò allo specchio, decise che da quella mattina nulla sarebbe stato più come prima. “E’ arrivato il momento di agire” pensava, mentre indossava il maglione che gli aveva regalato Barbara.
Si era accorto di quanto fosse impossibile mantenere quello status quo che gli aveva fino ad ora permesso di sopravvivere al mondo esterno. Una vita assoggettata dal pensiero comune, una vita che portava solo a soluzioni temporanee e a fargli accorgere di questo era stato proprio quell’avvenimento che da giorni assillava i suoi pensieri.
Si avvicinò alla finestra, la neve aveva pennellato di bianco i tetti delle case e un tiepido sole intrufolava i suoi raggi nella cameretta del ragazzo, che si avviava a uscire di casa. “Devo assolutamente rincontrarlo” pensava “devo dirglielo al più presto, ma non so dove rintracciarlo”.

Mille pensieri si rincorrevano nella sua mente, dando vita a idee che venivano immediatamente scartate.
Si girò, e si sedette nella sua comoda poltrona, davanti alla scrivania. Il computer era già acceso.
“Devo andare nell’unico posto dove potrei trovare qualche sua notizia”. Pensava il ragazzo e non si accorgeva che il tempo scorreva velocemente. Si dimenticò di guardare l’orologio, che indicava l’approssimarsi del suono della campanella di scuola. “Com’è possibile?” rimuginava ” è la mia fotocopia, è identico a me in ogni dettaglio…tranne uno…è di pelle bianca, mentre io…io ho la pelle nera.” Era sconcertato.

Di corsa si avviò per non perdere la lezione, non poteva rischiare di essere ripreso dalla preside un’altra volta, e soprattutto i compagni non potevano ancora pensare male di lui, il ragazzo che è sempre sulla nuvole, così veniva chiamato, eppure il suo stare sempre con la testa altrove lo rendeva un ragazzo intelligente e pieno di ambizioni ed emozioni.
Così anche durante quella mattina, intervallava l’ascolto e l’immaginazione, gli appunti e il pensiero al ragazzo-fotocopia. “Devo andare nell’unico posto dove potrei trovare qualche sua notizia, ma è troppo rischioso.” Jimmy non vedeva l’ora che suonasse la campanella e sentiva sciogliere nel respiro quella monotonia che assillava i suoi giorni. Qualcosa di speciale, di autentico chiedeva di essere vissuto e gli faceva battere forte il cuore.

Finita quella pesante mattinata, nella strada verso casa trovò Barbara, la sua prima amica dopo il “grande trasloco”. Ora che ci ripensava aveva scorto la sua immagine invertita proprio in quella occasione, che con i suoi occhi aveva guardato tanto profondamente. L’entropia dei pensieri di Jimmy continuava ad aumentare e sperava che l’incontro con la prima amica potesse risolvere l’instabile situazione.
L’incontro con Barbara però non andò come sperato. Lei continuava a rimuginare qualcosa che Jimmy non riusciva a capire. Provó a domandarle il motivo di tale preoccupazione, ma lei con un falso sorriso rispondeva “va tutto bene”. Era chiaro. Stava mentendo. Ma perché? Non si erano sempre confidati tutto? Questo suo fare riempiva la testa a Jimmy di mille domande che gli ronzavano continuamente in testa. Tutto ciò si stava trasformando in un’ossessione.

Mentre Jimmy tornava a casa, quell’impressione che Barbara gli stesse mentendo si faceva sempre più concreta nella sua mente. Jimmy doveva sapere, doveva scoprire di più…
Arrivato a casa, dopo aver mangiato la pasta che sua madre gli aveva preparato, andò in camera e chiuse la porta. Aprì dei libri a caso sulla scrivania e accese il computer. Era pronto: aveva deciso di tornare nel luogo in cui lo aveva visto la prima volta, nel luogo in cui tutto era cominciato…
Aprì la finestra e si calò giù, come aveva già fatto altre volte; la strada verso il vecchio grattacielo abbandonato non era troppo lunga: dopo aver aggirato la stazione degli autobus, poche vie secondarie lo separavano dal vecchio edificio. Jimmy aveva passato spesso il tempo lì, quel posto gli trasmetteva tranquillità ed era perfetto per lui che non amava stare in compagnia…Quando arrivò al giardino però la situazione non era pacifica come al solito… Un ragazzo era riverso a terra supino, aveva la maglia insanguinata ed era ancora agonizzante.
Vicino a lui un altro ragazzo con un coltello la cui lama luccicava di rosso sotto la luce del sole…
Quel ragazzo, in tutto e per tutto simile a Jimmy aveva appena ferito una persona.

CAPITOLO 2°

Un’auto sfrecciava nella notte. I fari illuminavano i cumuli di neve ai bordi della strada di campagna.
Anderson non riusciva a vedere più in là di qualche metro per via della tempesta.
Ad un tratto i fari illuminarono una vettura della polizia. Anderson accelerò e le due vetture si scontrarono violentemente.
L’agente uscì dalla macchina con la torcia in mano e si avvicinò all’auto che l’aveva tamponato.
All’interno Anderson sedeva con gli occhi chiusi.

L’agente aprì la portiera per prestare soccorso all’automobilista ma uno sparò partì dalla pistola che Anderson nascondeva sotto il cappotto nero.
La torcia cadde sull’asfalto innevato e si spense.
Dopo aver indossato la divisa dell’agente, Anderson si mise i guanti di pelle nera e spostò il cadavere senza vestiti nella sua auto.
Mise in moto il motore della vettura della polizia e riprese la sua folle corsa nella tempesta di neve.
Quello stupido ragazzo si era fatto ferire e adesso era ricoverato in ospedale. Sicuramente quell’idiota si sarà fatto rubare la valigetta, pensò Anderson.
Il sicario viaggiava verso la città per raggiungere il giovane complice.
Se dovesse svegliarsi, la polizia lo farà parlare.
Anderson era un killer spietato e freddo. Freddo come quella notte d’inverno.
Avrebbe ritrovato la valigetta. Il ragazzo non avrebbe parlato.

Jimmy intanto raggiungeva il casolare.
Il sole gli abbagliava la vista. così cercava di definire chi potesse essere quella sagoma che si avvicinava. Era esile e il suo movimento trasportava sulle onde del mare…era bellissima! Ma …era proprio lei! Era Barbara…ma che ci faceva lì? Qualcosa di più forte dell’amicizia batteva nel cuore del ragazzo, in quel momento però era arrabbiato con lei, sentiva che gli nascondeva qualcosa di importante e questo lo faceva impazzire. “Scappa via da qui, Jimmy scappa via.” gridò la ragazza. “E dire che avevo pensato che tu mi avresti potuto aiutare a risolvere un grande questione” rispose Jimmy con il fiato in gola e con i pensieri confusi nella testa, che si esprimevano in frasi quasi sgrammaticate. “Adesso non posso… ti spiegherò.” Barbara non ebbe il tempo di concludere il discorso , che una squadra volante della polizia era già sul posto. I due ragazzi si nascosero dentro l’edificio e osservarono come veniva prestato soccorso a quell’uomo agonizzante e come l’altro Jimmy, così lo aveva chiamato Barbara, venisse portato via dalle forze dell’ordine.
“Adesso tu mi spieghi ciò che sai!” Gli occhi scuri di Jimmy incontrarono gli azzurri occhi della ragazza e una battaglia di rabbia e amore gli esplodeva nell’anima.
Ma cosa stava succedendo? Quel rumore assordante della macchina di Anderson lo aveva spaventato. Era giunto all’improvviso ed era come se stesse cercando qualcosa o meglio qualcuno. Vide un gruppo di persone terrorizzate che commentavano l’accaduto , intorno a quella pozza di sangue. “Quello stupido si è fatto ferire” continuava a rimuginare il sicario “la valigetta! Devo recuperare la valigetta!”
In quella insolita situazione Barbara non riusciva a mantenere la concentrazione, forse per l’accaduto o forse per il modo con cui Jimmy le aveva rivolto la parola. Il ragazzo invece continuava a elaborare nella sua mente dei pensieri confusi, aveva già visto quella tetra figura ma non ricordava dove. Quando il gruppo di persone aumentò a causa della sirene e della stampa i due ragazzi riuscirono a tornare nelle loro case inosservati senza proferire parola. Jimmy non poteva trovare aiuto nei genitori perché gli avrebbero proibito di indagare e nemmeno negli amici, perché la sua unica amica probabilmente adesso lo odiava

.Quella sera non la passò a svagarsi come faceva solitamente ma cominciò un’intensa ricerca e dopo ore e ore riuscì a riconoscere quella figura. Quell’uomo cupo e tetro era Anderson Bertinelli, un esponente della mafia che era nella sua città per un processo. Jimmy non riusciva più a pensare, doveva confidarsi con qualcuno. Perché la sua immagine riflessa aveva ferito una persona? Perché un mafioso si interessava di una fatto così poco interessante? Con queste domande Jimmy si coricò nel suo caldo letto.
“Le ho tenuto caldo il caffè, capo”
“Grazie Davis, cosa abbiamo qui?”
Lo sceriffo Moss aveva appena raggiunto il giovane agente Davis nel luogo della segnalazione.
In una strada di campagna erano appostate due auto della polizia e una vettura senza targa. Tutto attorno era un deserto di neve.
Dentro la vettura misteriosa c’era un uomo nudo con un buco nella fronte.
I due agenti cominciarono a fare un sopralluogo del posto. Era evidente che l’auto aveva subito un urto. Perché la vittima era senza vestiti?
“Guardi capo. C’è una torcia per terra. E’ simile a quelle che ci danno in dotazione.
Aspetti un momento… questa è propria la torcia che danno in dotazione agli agenti di polizia.
Può essere che la vittima fosse un agente… Perché qualcuno dovrebbe toglierli l’uniforme dopo averlo ucciso?”
“Per camuffarsi da poliziotto…” rispose l’anziano sceriffo.
“Davis, chiama le centrali di polizia della zona e chiedi se ci sono agenti di cui non si hanno notizie da questa notte…” disse in tono imperativo Moss. “Pare che abbiamo tra le mani un caso importante.”
Il giovane agente entrò nella vettura e cominciò a fare delle telefonate.
Lo sceriffo fissava il vuoto nella grande distesa di neve. Nella sua mente i dubbi peggiori prendevano forma.
Bisogna mettersi sulle tracce di questo misterioso assassino, pensò.

Intanto Anderson travestito da poliziotto si avviava a grandi passi verso l’ospedale del paese.
Doveva recuperare informazioni sulla valigetta, ma soprattutto doveva far tacere per sempre un testimone.
“Ciao Barbara, sono Jimmy.”
La ragazza rispondeva alla telefonata che interrompeva il suo agitato sonno “ciao Jimmy”. Ci fu un lungo silenzio.
“Devo dirti qualcosa, ma non al telefono. Vediamoci!” gli sussurrava la ragazza.
Jimmy non se lo fece dire due volte, aprì la finestra e si calò giù…era quasi diventato un rito.
Il ragazzo respirava la notte, affannato e sudato correva come un matto e in tutta fretta raggiunse l’abitazione di Barbara.
“Adesso devi dirmi tutto.”
“Ieri pomeriggio stavo per raggiungerti a casa. Prima di suonare il campanello, ho intravisto i tuoi genitori in giardino che parlavano sottovoce. Scusami Jimmy, ma…ho origliato. Stavano parlando di quanto, anni fa, hanno fatto quel viaggio in Sud Africa per adottarti. Le disastrate condizioni economiche dei tuoi genitori biologici non hanno permesso loro di crescervi.”
“Di crescerci?” Replicò il ragazzo.
“Sì, tu hai un fratello gemello di pelle bianca, tuo padre aveva la pelle nera…tua madre invece era bianca come la neve. Il loro amore sembrava risanare la dolorosa questione razziale che ferisce quella Terra.”
“A quanto pare, tuo fratello si trova nei guai, non capisco come sia arrivato qui. Forse ha saputo di te…fatto sta che è nei guai!”Jimmy era esterrefatto e inconsciamente, mentre ascoltava Barbara, le stringeva forte le mani.
Intanto Anderson entrava indisturbato in ospedale, agevolato da quella divisa che gli faceva da scudo.
Corse verso l’ospedale. Sicuramente il ragazzo che era stato ferito durante l’incidente poteva sapere qualcosa di più a proposito del suo misterioso fratello.
Anderson entrò in ospedale con indosso l’uniforme della polizia che aveva rimediato la sera prima.
Raggiunse la stanza dove era ricoverato il ragazzo, sorvegliata da un agente.
“Agente White”, disse Anderson fingendo di essere il poliziotto a cui aveva sparato. “Sono qui per dargli il cambio”.
Quando il poliziotto se ne fu andato Anderson entrò nella stanza del paziente e prese un cuscino.
Stava per posarlo sul volto del paziente addormentato per soffocarlo quando una voce lo interruppe. “Mi scusi agente!”. Anderson stropicciò il cuscino e lo posò con delicatezza sotto la testa del paziente. “Mi chiamo Jimmy”, continuò il ragazzo, affannato per la lunga corsa che aveva fatto. Ho assistito all’incidente e vorrei testimoniare…”.
Quando il sicario si girò Jimmy fu colto dal panico. Era lui!
Anderson fu sorpreso nel notare che il ragazzo era identico al suo collega, solo che aveva la pelle scura.
“Non posso esserti d’aiuto ragazzo”. Detto questo, il sicario si incamminò con fare minaccioso verso la soglia della porta della stanza dove si trovava Jimmy. Il ragazzo era pietrificato.
Le dita di Anderson si posarono leggermente sulla maniglia della porta e chiuse delicatamente la porta.
Uscendo di corsa dall’ospedale Jimmy scorse lo sceriffo Moss e un altro agente che si dirigevano di fretta verso l’ospedale. Avrebbe fatto bene a dire alla polizia quello che sapeva?
Nel frattempo Anderson lasciava l’ospedale da una porta di servizio. Respirò a pieni polmoni l’aria gelida dell’inverno. Per il suo prossimo obiettivo si sarebbe dovuto recare alla centrale di polizia dove era detenuto il suo ex complice. L’impiastro sapeva sicuramente dove si trovava la valigetta.
Quel matto di Jimmy aveva deciso di inseguirlo…

CAPITOLO 3°

La sera dell’incidente, Jimmy seguì Anderson per scoprire dove avrebbe passato la notte e il mattino dopo raggiunse il luogo e aspettò che Anderson uscisse, per recarsi alla centrale camuffato da agente.
Anderson si avviava a passo spedito verso la centrale di polizia dove era detenuto il suo ex complice. L’impiastro sapeva sicuramente dove si trovava la valigetta. Era talmente concentrato che non si accorse di Jimmy. Il ragazzo era infatti a distanza di sicurezza per non farsi sgamare dal sicario, ma gli stava attaccato alle costole. La strada da percorrere per arrivare alla centrale di polizia non era lunghissima: in 15 minuti il sicario arrivò davanti alla centrale. Erano le 6 del mattino e in centrale c’era solo un altro agente che dormiva sulla sedia girevole della scrivania. Anderson entrò indisturbato recandosi nell’area delle celle di detenzione e Jimmy lo seguí nascondendosi in una rientranza del muro, coperta da una pianta. Anderson, avvicinatosi alla cella del detenuto, spazientito dell’accaduto, gli chiese : “Cos’è successo?! Dov’è la valigetta Alex?!”.
“Alex…si chiama Alex” pensava Jimmy e non riusciva a staccare gli occhi dal gemello. L’impressionante somiglianza tra lui e il fratello aveva calamitato la sua attenzione e in quell’istante dimenticò che erano le sei del mattino, che i genitori avrebbero potuto accorgersi della sua assenza e che si era messo nei guai.
Il discorso tra Anderson e Alex venne interrotto dall’agente di guardia, svegliato dai rumori. Entrò nella stanza e si avvicinò al sicario, osservò la divisa da poliziotto indossata da quell’uomo tenebroso: “qui non ci sono valigette” esclamò in tono canzonatorio, mentre Anderson lo fissava con i suoi occhi glaciali, gelidi.

Pioveva a dirotto e gocce di pioggia formavano cerchi concentrici nelle pozzanghere illuminate dai lampioni, lungo la via. Jimmy si affacciò alla finestrella antistante al suo nascondiglio, avrebbe dovuto tornare in cameretta in tempo, per non far esplodere una terribile guerra in famiglia, ma rimaneva lì, pietrificato e spaventato.
Più infuriato che mai, Anderson lasciò la centrale di polizia. Alex mentiva. Perché mentiva?! Che motivi aveva di tradirlo?! Anderson continuava a pensare e pensare ma non trovava nulla che potesse giustificare il comportamento del ragazzo…
Jimmy, ancora nascosto, sapeva di dover andare a casa… Ma la voglia di parlare con quel ragazzo così simile a lui…
Stava ancora guardando fuori dalla finestra quando sentì chiamare il suo nome: era Alex! Lo guardava negli occhi… Lo chiamava.. Senza muovere le labbra.. La sua voce rimbombava nella sua testa… “Jimmy” “Jimmy” “Jimmy”…
Il poliziotto seduto sulla scrivania, nell’altra stanza, non si allarmò minimamente: lui non sentiva.
Gli occhi scuri di Alex erano magnetici: Jimmy non riusciva a distaccare lo sguardo… La sua voce rimbombava nella sua testa… “Jimmy” “Jimmy” “Jimmy”…
Jimmy osservava gli occhi del fratello bianco: erano scuri come i suoi…
‘No aspetta…! Sono… ‘ non capiva… Poco a poco la pupilla si allargava fino a sovrastare l’ iride… Continuava ad espandersi.. Ora prendeva tutta la cornea..
Jimmy sentí la porta della centrale di polizia sbattere, distraendosi dagli inquietanti occhi del fratello : doveva andare.
Girò lo sguardo, Alex era disteso sulla brandina che dormiva. Si era immaginato tutto?
Non lo sapeva. Ora doveva pensare a scappare e raggiungere casa sua. L’agente era andato al bagno, facilitando la sua fuga.

La pioggia bagnava la felpa di Jimmy mentre correva verso casa…I genitori di Jimmy ancora dormivano.
L’affannoso respiro del ragazzo rallentava gradualmente il suo ritmo. Esausto si buttò sul letto, ma non riusciva a dimenticare i magnetici occhi del fratello: “sarà telepatia?” pensava ansimante.
Le prime luci dell’alba coloravano la cameretta di un rosa tenue, in quella domenica d’inverno, quando Jimmy piombò in un sonno profondo.
E nessuna principessa lo svegliò .

CAPITOLO 4°

“Jimmy svegliati! Svegliati!”. Era trascorso un anno da quando il ragazzo era piombato in un insolito letargo e adesso non aveva memoria di niente, non capiva dov’era e soprattuto non riconosceva quella donna.
Con gli occhi serrati ed infastiditi dalla forte luce neon che arrivava dal soffitto, Jimmy cercava di ricostruire gli ultimi ricordi. Un tocco gelido sul suo collo non fece altro che accelerare il risveglio. “Si sente il battito” qualcuno esclamò, “è vivo, portate dell’ H2O!”. La luce rendeva difficile l’adattamento degli occhi, e Jimmy iniziò a preoccuparsi, voci e suoni non erano familiari, e nemmeno il letto su cui era sdraiato.
Ma dov’era finito?

Pareti grigie, in lontananza una porta in alluminio chiudeva l’enorme stanza a forma di corridoio, il tetto molto alto, un pavimento plastificato di color verdastro. L’ansia lo assalì, un nodo in gola gli tolse il respiro per qualche secondo. Gli arti erano intorpiditi, poteva essere stato il tempo trascorso, pensò Jimmy. Cercò allora di tirare su il busto aiutandosi con le mani, ma non era semplice comandare il corpo, almeno non come una volta, i movimenti infatti sembravano più definiti ed un odore di metallo arrugginito gli trafiggeva l’olfatto.

Sul comodino c’era una valigetta.

Jimmy si alzò a fatica e aprì la valigia: “Non posso crederci…mio fratello è un robot..un’intelligenza artificiale …ecco perchè le pupille dilatate…”  Un copo di pistola lo colpì e nella nebbia degli occhi sfumava una visione agghiacciante: Anderson e il padre di Jimmy si dirigevano insieme verso di lui.

Il tempo stava rallentando per Jimmy. Vedere il padre, l’uomo che l’ha cresciuto e amato, insieme a quella persona così spregievole e infida toglieva a Jimmy ogni certezza e voglia di vivere.
Ricordi di momenti che non pensava di aver mai vissuto riaffioravano dal profondo della sua mente: il caldo, il sole sudafricano che illuminava la spiaggia dove sorgeva un piccolo villaggio di pescatori, la sua terra natale. Ricordava la sensazione di quella sabbia bianca sulla pelle, dell’acqua trasparente che tanto adorava, ricordava i suoi amici con cui passava le giornate a giocare, ricordava un viso di madre, un amore materno. Ricordava anche la fame, la difficile vita e le prove a cui era sottoposto ogni giorno.
Ricordava l’arrivo di un padre missionario, tale Anderson, che era venuto nel villaggio per portare speranza di una vita migliore, diceva. Anderson… perchè quel nome sembrava improvvisamente così familiare?

I ricordi diventavano sempre più vaghi e cupi.. Fuoco, caldo, tanto caldo, troppo: il ricordo di un’incendio, ma di cosa? Un viaggio, una struttura che rassomigliava ad un ospedale… Camici, molti camici intorno a lui, fantasmi del suo passato.. Quanto tempo era passato? Quando era successo tutto ciò? O, forse, non era mai successo veramente? Era solo un incubo, di quelli che succedono a tutti nella vita?
La vita stava fuggendo via da Jimmy.

“Non posso mollare ora”, pensò. “Non devo”.

“Anderson! Mio figlio non può morire! Non puoi farlo morire!”

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