Quando i ragazzi ragionano sulla prima rivoluzione industriale

Practical men: l’innovazione tecnologica al servizio del factory system

di Cappellazzo-Nardean-Chinellato 4^A

Se non è stata la scienza il motore di ricerca delle nuove tecnologie nel 1700 cosa è stato?

Sarebbe sbagliato pensare alle innovazioni tecnologiche della rivoluzione industriale come una diretta conseguenza della rivoluzione scientifica del XVII secolo. Non è scontato, infatti, che scienza e tecnica convergano su medesimi obiettivi. Da un lato i tecnici, uomini magari privi di cultura, capaci di individuare soluzioni pratiche in grado di migliorare la vita dell’uomo; dall’altro scienziati e filosofi dediti a speculazioni teoriche che non cercavano un risvolto pratico in quello che studiavano.

Mentre la scienza è ricerca delle leggi dei fenomeni e spiegazione delle casualità, la tecnica, almeno ai primi stadi, cerca di costruire, di articolare un meccanismo in grado di risolvere un’operazione, di cui scopi e finalità sono ben definiti. Schematizzando al massimo, si potrebbe dire che la scienza è la ricerca del perché, mentre la tecnica è la ricerca del come.

Le cause della rivoluzione industriale furono l’aumento demografico, la trasformazione del settore agricolo e l’urbanizzazione, la disponibilità di materie prime, la capacità di organizzare efficacemente sforzi (parcellizzazione del lavoro di Adam Smith) e risorse accumulate, l’espansione delle rotte commerciali grazie al nuovo grande impero commerciale, ma soprattutto la disponibilità della classe dominante ad assecondare e guidare l’innovazione e la disponibilità degli intellettuali ad applicare le loro conoscenze alla soluzione di problemi pratici.

Il dato saliente della rivoluzione industriale consiste nell’introduzione del sistema di fabbrica. A partire dall’industria tessile, la concentrazione del lavoro e delle macchine in un unico edificio, la suddivisione del lavoro e il controllo sui suoi orari e sui suoi ritmi da parte del proprietario capitalista si sostituirono progressivamente ai preesistenti modelli organizzativi protoindustriali, largamente legati al lavoro a domicilio e alla compresenza di attività agricole e industriali. L’avvento del factory system determinò la fine della centralità della famiglia come luogo di organizzazione e di divisione del lavoro e la separazione sempre più netta del lavoratore, divenuto salariato e proletario, dal controllo del processo produttivo e dei prodotti del lavoro; in contrapposizione ai lavoratori salariati si affermarono così la proprietà privata del capitale e dei mezzi di produzione e, all’insegna della logica del profitto individuale, la figura del moderno capitalista industriale.

Quindi possiamo riassumere che il vero motore della rivoluzione industriale non fu l’innovazione tecnologica ma la logica del profitto. Con la rivoluzione industriale si introduce la mentalità capitalistica, ovvero un nuovo sistema organizzativo e amministrativo, figlio delle teorie di Smith e della utilitarismo di Bentham, con cui la nuova classe di imprenditori inglesi traeva vantaggio dal contesto politico, economico e tecnologico del XVIII secolo.

Tuttavia la logica capitalistica era sostenuta da un sistema economico e sociale forte e dinamico, ma soprattutto da una nuova classe di lavoratori: i tecnici.
“Le migliorie apportate alle macchine si dovettero a dei ‘practical men’ dato che i filosofi sembravano considerare le macchine poco degne delle loro attenzioni “ (Dickinson).
I practical men erano uomini inseriti nel contesto lavorativo frenetico della factory e della forma mentis della produttività.
I tecnici non erano scienziati, lavoravano per gli imprenditori e il loro compito era quello di risolvere in maniera economica ed efficiente i problemi (strozzature) che si presentavano nel lavoro in fabbrica, introducendo nuovi macchinari.
“L’ondata di innovazioni tecniche hanno a loro volta contribuito all’innovazione dei progressi, svolgendo un ruolo che si potrebbe definire ‘risolutore di strozzature’, cioè sopprimendo gli ostacoli che si opponevano a una rapida progressione del settore“, come afferma l’economista belga Paul Bairoch.
Il lavoro degli inventori si deve soprattutto alla diffusione del sapere avvenuta nel XVII secolo: senza l’enciclopedia di Diderot, la riforma delle scuole, la diffusione del sapere promulgata dagli illuministi, non ci sarebbero mai stati uomini pratici e innovatori, con le conoscenze tecniche adeguate per creare le prime macchine a vapore.
L’esigenza di rinnovamento espressa dalla società del XVIII secolo si era tradotta sotto l’influenza della cultura illuministica nell’esigenza e nel desiderio di espandere il metodo scientifico di Galileo e di Newton in ogni campo del sapere per giungere a soluzioni pratiche e immediate per la società.

Ma chi uscì vittorioso dalla rivoluzione non furono i tecnici, bensì gli imprenditori.
Gli imprenditori erano nuova classe di uomini dinamici e figli della borghesia inglese presente in parlamento (whigs) capace di trarre il massimo vantaggio dalle innovazioni tecnologiche per incrementare il loro patrimonio.
Gli imprenditori inglesi diedero il via a questo processo attraverso la disponibilità di capitali e una classe politica che rappresentava i loro interessi.
Per espandersi in Europa e nel mondo, questo processo necessitò di un sistema bancario con cui lo Stato incentivava e tutelava gli interessi degli imprenditori.
Per questo motivo la rivoluzione industriale mise radice soprattutto negli Stati Uniti e in Olanda, grazie al sistema finanziario stabile e alla Borsa valori che aveva già consolidato la sua posizione durante l’espansione commerciale del XV e XVI secolo.

Come la tecnologia influenza la politica nella rivoluzione industriale? Differenze tra Inghilterra e Italia-  

di Brenko-Campardo-Vettor 4^A
Nella seconda metà del Settecento, l’Inghilterra fu caratterizzata da uno straordinario dinamismo nel quale la borghesia regnò protagonista a discapito di una nobiltà sempre meno influente politicamente. L’Inghilterra industriale di fine Settecento diventò modello di riferimento per il mondo: l’impulso borghese rappresentò il vero motore della rivoluzione industriale, capace di accogliere e sviluppare le nuove tecnologie. L’industria tessile sviluppatasi grazie al filatoio di Arkwright, la nascita del nodo siderurgico e la macchina a vapore di James Watt furono i veri protagonisti della rivoluzione industriale. Lo sviluppo economico portò a una frattura sociale tra proletari e imprenditori, aumentando il divario sociale. Mentre l’imprenditore si arricchiva, tra i proletari iniziava a diffondersi un’esigenza di giustizia: lo status sociale in cui pochi decidevano su molti comportò la nascita del desiderio di migliorare le pessime condizioni di vita e di creare un sistema lavoro più giusto. La rivoluzione tecnologica però non venne accolta da tutti dato che la diffusione della rivoluzione fu ostacolata negli Stati che avevano un sistema politico arretrato, su modello dell’antico regime e la nobiltà, ancora potente, vedeva nelle nuove tecnologie una minaccia contro i loro interessi economici e politici. Gli Stati reagirono diversamente ai cambiamenti tecnologici: Germania e Francia furono le prime nazioni a rinnovarsi già dall’inizio dell’Ottocento; mentre paesi come Italia e Russia dovettero aspettare l’inizio del Novecento. Analizziamo ora la situazione italiana: il processo di industrializzazione fu tardivo a causa dell’assenza del ceto borghese nella direzione politica e della presenza della nobiltà nei governi. L’Italia preindustriale era controllata politicamente da potenze straniere e si presentava ostile al rinnovamento. Nel Regno delle due Sicilie, il gruppo dirigente era tuttavia curioso delle scoperte scientifiche e dei vantaggi che ne poteva trarre: Napoli fu la prima città italiana dotata di illuminazione pubblica a gas. L’Italia non subì una vera industrializzazione nell’affidarsi a investimenti stranieri, come nel caso della ferrovia napoletana introdotta dai Bayard nel 1836: i beni industriali venivano importati dall’Inghilterra. L’arrivo della ferrovia in Italia fu visto come un segnale di attenzione verso la tecnologia e verso il modello politico inglese, molto diverso da quello italiano. Ai governi italiani si poneva la questione se accogliere la rivoluzione in modo passivo, aspettando che i risvolti industriali si diffondessero col tempo, oppure rompere definitivamente con il vecchio sistema economico e investire sulle nuove tecnologie. La risposta a questa domanda è alla base del Risorgimento. In uno Stato ideale, come l’Inghilterra, dove il ceto imprenditoriale aveva l’opportunità di sostenere i suoi interessi in Parlamento, ci fu uno sviluppo tecnologico sempre maggiore che ne aumentò il peso politico.

TAKE-OFF E RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

di Bianco Maya, Fedato Laura, Gasparotto Alberto, Mariuzzo Stefano e Pillon Enrico-4^A
Il takeoff (decollo) può essere definito in due modi: il primo riguarda il periodo nella vita di
un’economia in cui, al tempo stesso, uno o più settori industriali moderni incominciano a
determinare non soltanto nuove funzioni produttive ma anche effetti che si diffondono su vasta scala; il secondo afferma che, perché si possa avere il takeoff, occorre che un’economia dimostri la capacità di sfruttare gli sviluppi successivi così bene da far emergere nuovi settori guida.
Non si trattò di una fase di crescita economica circoscritta nel tempo, quale l’Europa aveva
conosciuto altre volte, ma di un vero e proprio decollo, che avviò un processo di sviluppo
accompagnato da rilevanti trasformazioni tecnologiche, prima fra tutte l’introduzione su ampia scala di macchinari in sostituzione del lavoro umano.
Rostow afferma nel suo libro “The process of economic growth” che ogni processo di
industrializzazione si può distinguere in varie fasi: una prima di p rerivoluzione
industriale caratterizzata da capitalismo commerciale, una seconda di t akeoff,
una terza di s viluppo sostenuto e, infine, una quarta di maturità.
Secondo Rostow il concetto di rivoluzione è causato dall’esigenza di cambiamenti rapidi e di fondo nella struttura agricola primitiva; infatti si può notare che tra il 1750 e 1850 l’Inghilterra aveva un’alta disponibilità di capitali per l’investimento, assicurata dai profitti commerciali e dalle eccedenze prodotte dell’agricoltura. L’affermazione dell’agricoltura capitalistica fornì alla nascente industria non solo capitali di investimento, ma anche una forza lavoro abbondante e a basso costo. Oltre a questo l’Inghilterra era ricca di risorse naturali come il carbone e il ferro, ma anche materie prime, come il cotone greggio, venivano fornite grazie ai commerci internazionali. Queste risorse divennero realmente disponibili grazie ai miglioramenti introdotti dallo sviluppo tecnologico soprattutto nel settore dei trasporti e delle infrastrutture. La rivoluzione industriale inglese è solitamente associata alle macchine nelle quali l’innovazione tecnologica giocò un ruolo di primo piano nel processo di industrializzazione. Potremmo distinguere questo periodo in tre fasi: la prima (176090) caratterizzata dalla meccanizzazione della filatura del cotone e dall’introduzione di nuovi metodi siderurgici; la seconda fase (dal 1790 al 182030)
in cui si sviluppò la tessitura meccanica e la macchina a vapore; la terza (fino al 1850) fu dominata dalle ferrovie.
A questi fattori economici vanno aggiunti però anche quelli di ordine politico e culturale: un
sistema politico costituzionale,garante delle libertà fondamentali e una classe dirigente,
nobiliare e borghese, orientata all’innovazione e all’imprenditoria costituirono un differenziale decisivo tra l’Inghilterra e il resto d’Europa.
L’Inghilterra ebbe una grande importanza nello stimolare l’industrializzazione europea, infatti, la concorrenza delle industrie inglesi stimolò il rinnovamento tecnologico delle manifatture continentali e indusse i governi a favorire lo sviluppo industriale, diffondendo così la tecnologia britannica su tutto il continente; Landes sosteneva che emulare l’Inghilterra divenne quasi un obbligo politico. Inoltre, lo storico Walt Rostow affermò che il decollo industriale si diffuse prima in Belgio e in Francia (1830/60), poi in Germania (1850/70) ed infine in Russia e in Italia (1800/1900).
I fattori che contribuirono ad aprire un periodo di decollo sono: la popolazione, l’agricoltura, la tecnica, la formazione di capitali e il commercio estero.
Ogni paese diede origine a differenti modelli di sviluppo a seconda delle diverse condizioni di partenza, inoltre più l’industrializzazione fu tardiva e più si allontanava dal modello inglese.
È importante sottolineare anche il fatto che più il livello tecnologico e il divario fra paesi
sviluppati e quelli sottosviluppati è alto e più è difficile uscire da questa condizione di
sottosviluppo.
Per favorire l’industrializzazione era necessaria la disponibilità di forti investimenti provenienti, non solo da un singolo imprenditore, ma anche dalle banche e dallo stato.
Oltre alla rivoluzione industriale ci fu una rivoluzione anche in campo finanziario: alla banca di vecchio tipo si affiancò la banca di investimento, ovvero una società che raccoglieva capitali dai risparmiatori e li utilizzava in crediti a medio e lungo termine per investimenti industriali.

Rivoluzione industriale:Centro e periferia
Di Loparco, Barbaran, Franzin, Menengon, Vinello, Andrici 4^A
Durante la fine del XVIII secolo ebbe origine in Inghilterra un processo di
industrializzazione chiamato rivoluzione industriale, che vide l’affermarsi
nelle città del sistema di fabbrica e la conseguente formazione dei centri
e periferie di carattere economicosociale.
I fattori responsabili di questo fenomeno furono molteplici. Innanzitutto
erano già presenti in Inghilterra segni di protoindustrializzazione
(domesticsystem)
e di conduzione precapitalistica di aziende
(enclosures), che contribuirono a formare una mentalità favorevole
all’avanzata del capitalismo, i quali vennero poi sostituiti dall’industria.
Altri fattori responsabili furono l’alta presenza di un ceto medio ricco, la
politica governativa favorevole allo sviluppo economico, la disponibilità
nel sottosuolo e nelle colonie di materie prime e la presenza di fiumi che
ne facilitavano il trasporto. A causa del miglioramento degli strumenti
agricoli (che facilitavano il lavoro nei campi ed aumentavano la
produzione) e della crescente richiesta di manodopera nelle fabbriche,
che sorgevano nelle prossimità dei centri urbani, si vide un aumento
demografico delle città causato dall’esodo dei contadini disoccupati dalle
campagne. Un altro fattore responsabile della diffusione del sistema di
fabbrica fu il basso, o quasi nullo, livello di specializzazione richiesto agli
operai, che erano costretti alla continua ripetizione di semplici
movimenti. I brevi tempi di produzione consentivano insieme ai bassi
costi di produzione di avere enormi profitti. Questo era una conseguenza
del pagamento coatto ricevuto dagli operai, ovvero essi venivano pagati
in base alla quantità di beni prodotti e non in base alle ore lavorative, le
quali superavano spesso le 12 ore giornaliere. A tutti questi aspetti
negativi si affiancò la facilità nel licenziare, per un qualsiasi motivo, un
operaio dal momento che non erano ancora presenti i sindacati. Essi
venivano chiamati proletari perché il loro unico bene era la prole, cioè i
figli.
Da questi presupposti si generò il movimento luddista, movimento di
protesta operaia, sviluppatosi all’ inizio del XIX secolo in Inghilterra e
sosteneva che le macchine fossero la causa di tutti i mali, e quindi
dovevano essere distrutte.
Venne quindi tentato il sabotaggio della produzione industriale
inizialmente come segno di protesta ma poi come un movimento
insurrezionale guidato da Ned Ludd, da cui deriva il nome del
movimento. Il governo però appoggiava gli imprenditori e cercò di
soffocare queste rivolte.
Rioux affermava che grazie alle macchine il lavoro degli operai era
parcellizzato e sfruttato appieno e che esse non avevano sostituito
nettamente le botteghe degli artigiani, almeno inizialmente, egli vede
nella suddivisione delle responsabilità e nel risparmio privato due aspetti
molto importanti e producenti.
Invece Guarracino affermava che solo i borghesi godevano dei benefici
dell’industrializzazione, mentre gli operai erano diventati delle merci
e percepivano un salario misero a causa dell’enorme domanda che
saturava il mercato del lavoro.
Nella città quindi viene a formarsi una netta divisione tra centro, dove i
ricchi borghesi vivevano nel benessere,e la periferia della città, dove
sorgevano le fabbriche e dove vivevano gli operai, luogo di degrado
dove proliferavano criminalità e delinquenza.
In seguito all’Inghilterra nell’Ottocento, cominciarono il processo di
industrializzazione anche regioni dell’ Europa centrale, che
comprendevano una zona tra Francia , Germania e Italia settentrionale.
Nei secoli successivi da queste zone si diffusero fabbriche fino alla
periferia dell’ Europa. Le diverse condizioni di partenza videro certi paesi
adottare politiche di protezionismo economico. Inoltre la banca ebbe un
ruolo fondamentale soprattutto nella “seconda industrializzazione”
elargendo prestiti a lungo termine.Il tutto si tradusse in una complessiva
crescita economica europea.
La supremazia marittima e militare in Europa fu un fattore importante
dell’ espansione coloniale. Le potenze europee hanno imposto un
liberalismo economico che fu responsabile della distruzione di forme di
economie primitive, causando un processo di disindustrializzazione,
vietando o limitando l’ industrializzazione alle colonie.
Al contrario di ciò che si pensa, le colonie non furono necessarie o
perlomeno di significativa importanza nello sviluppo occidentale ma è
vero che l’ Occidente è responsabile del sottosviluppo del Terzo Mondo.
E’ importante inoltre non confondere il significato di sottosviluppo,
ovvero lo sviluppo in senso negativo delle condizioni socioeconomiche
con nonsviluppo
che significa l’assenza di sviluppo. Dopo aver ottenuto
l’ indipendenza nella metà del Novecento, le colonie, in presenza di
ostacoli come quello demografico, quello tecnologico e gli alti costi degli
investimenti, furono costrette a chiedere aiuto al mondo sviluppato,
originando una nuova subordinazione chiamata “neocolonialismo” e
alimentando un debito ormai insostenibile.
Bairoch affermò che i livelli di disuguaglianza delle società tradizionali
non erano molto rilevanti ma sono aumentati in misura proporzionale allo
sviluppo occidentale.

 

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