Ragionare aiuta

Cappellazzo Giacomo San Donà di Piave, 09 marzo 2016
Classe 4^A

Tra globalizzazione, società “liquida”, svalutazione delle risorse della Terra e “inflazione dei desideri” la modernità si pone degli obiettivi per migliorare.
Gli obiettivi del nuovo millennio, promossi dalle Nazioni Unite, garantiscono l’impegno degli Stati aderenti a sviluppare la cultura e l’istruzione, a combattere la povertà e la fame, a promuovere la parità dei sessi, ad emancipare la condizione della donna e a garantire lo sviluppo ambientale sostenibile. Questi obiettivi devono essere raggiunti in un mondo dominato dalla New Economy e dal mercato economico e finanziario globalizzato dove “pochi grammi di cavo di fibre ottiche” possono trasmettere “informazioni istantaneamente” (Rifkin).
La globalizzazione è il processo che ha portato all’interconnessione del mondo in tutti gli aspetti della vita, da quello economico a quello sociale, a quello politico. Marshall McLuhan, teorico dei mass-media canadese, descriveva il mondo come un grande “Villaggio Globale” collegato dalla nuove tecnologie di comunicazione digitali. L’uomo contemporaneo non vive più in una società locale, caratterizzata dalle proprie usanze e tradizioni, ma si deve interfacciare con un società aperta che ormai include tutti gli stati del pianeta. La globalizzazione permette di scavalcare i tempi morti e valorizza la diffusione dell’istruzione, è infatti possibile accedere alla cultura da qualsiasi parte del globo attraverso l’uso della rete. I paesi del Sud del mondo possono sfruttare questo processo di interazione transnazionale per aumentare il fattore ISU (Indice Sviluppo Umano) e per far crescere la propria economia, rendendola competitiva e attiva a livello continentale e mondiale.
Si possono però delineare due punti di vista: quello globoeuforico e quello globofobico. Il primo si rispecchia nella filosofia dell’ ”American way of life” sorretto dalle grandi multinazionali, che attraverso il supporto politico ed economico sono i governatori del nuovo “villaggio globale”. Dal loro punto di vista la globalizzazione deve portare all’equa distribuzione del piacere, delle ricchezze e della cultura. La parte contraria critica lo stereotipo gonfiato del “self-made man” che non corrisponde nella realtà e che porta all’omologazione e al cliché del comportamento, emulando in modo banale e scontato i modelli imposti dalla civiltà dei consumi. Lo sviluppo mondiale delle politica e dell’economia ha portato alla creazione di nuovi mercati e servizi (informatica, robotica, telecomunicazioni) e ha reso l’economia mondiale istantanea. Grazie al “Digital Marketing” e al “Tele-Working” Paesi prima al margine del mondo sono riusciti a scoppiare dal punto di vista del software informatico e delle ricerche tecnologiche sulla forme di energia rinnovabile (Brasile, Cina, India). Al di là delle caratteristiche positive gli scambi internazionali continuano a trascinare gli aspetti negativi di una società globale senza Governance.
Un ente sovranazionale che regoli gli equilibri mondiali è necessario poiché la globalizzazione aumenta inevitabilmente la disuguaglianza tra i paesi del Nord e del Sud del mondo. Questi ultimi sono obbligati a creare dei debiti con i paesi più ricchi ai quali devono rimanere legati se non vogliono perdere il loro posto nei rapporti internazionali e diventano quindi colonie subordinate agli interessi Occidentali. I paesi più ricchi speculano sul lavoro delle persone meno abbienti e costringono 1,3 miliardi di individui a vivere con meno di un dollaro al giorno e 840 milioni di persone sono malnutrite a causa della povertà e dei cambiamenti climatici, si crea il problema delle migrazioni ambientali dove il persecutore diventa il clima (Bolaffi). Lo sfruttamento dei lavoratori nei paesi poveri o poco controllati è alimentato dalla mancanza di sindacati che li possa proteggere (la manifestazione dal carattere democratico della “rivoluzione degli ombrelli” ad Hong Kong nel 2014 protestava contro il governo comunista dittatoriale della Cina per ottenere più garanzie politiche e lavorative). Il processo di sviluppo non controllato porta ad aumentare in maniera esponenziale il tasso di inquinamento e il “digital divide”, infatti solo chi è collegato “alla galassia di legami e interazioni” può intrattenere rapporti commerciali e politici con gli altri paesi (Castronovo). La logica capitalistica dell’economia finanziaria porta all’ individualismo, le risorse umane e naturali vengono sfruttare per produrre beni destinati alla vendita senza alcun rispetto dei valori, della legge e delle prescrizioni anti-inquinamento.
Un esempio di Governance si può però riconoscere nella COP21 (XXI Conferenza delle Parti) che si è tenuta a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre del 2015 e ha lo scopo di descrivere e trovare soluzioni circa il fenomeno del riscaldamento globale che sta diventando allarmante. 150 capi di Stato si sono confrontati sui temi dello sviluppo sostenibile per aumentare il benessere degli uomini in linea con i ritmi della natura, rispettando i diritti inalienabili di tutti gli esseri viventi. Il presidente americano Obama spiega che la nostra generazione è “l’ultima a poter fare qualcosa” e Putin afferma che entro il 2030 bisogna ridurre le emissioni di CO2 del 30% (46 miliardi di tonnellate di gas serra). Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU, espone il rapporto tra pace e ambiante e attesta che le guerre dell’oro blu (Cisgiordania-Israele) e quelle fomentate dagli interessi economici (lobby del petrolio) possono essere contrastate con forza ed efficacia solo se tutte le potenze del mondo hanno obiettivi comuni. La cancelliera tedesca Angela Merkel propone un accordo vincolante e promette di raddoppiare i finanziamenti pubblici per le energie rinnovabili entro il 2020. Il pensiero più pragmatico e innovativo proviene da François Hollande che descrive la Conferenza delle Parti come “la sfida più importante di sempre” infatti porta avanti un’iniziativa internazionale, la Global Solar Alliance, per unire le nazioni ricche di energia e farle cooperare insieme. L’opinione pubblica sta discutendo sul concetto di “Green economy”, che vuole promuovere l’utilizzo delle energie rinnovabili ma la realizzazione di questi sistemi è onerosa dal punto di vista economico (il costo per produrre un pannello solare è molto elevato a causa dei materiali, cadmio e gallio). Le grandi multinazionali possiedono i pacchetti azionari del petrolio, che non è rinnovabile, e contrastano la filosofia dell’economia verde. I paesi in via di sviluppo vengono sfruttati dalle grandi industrie perché le norme anti-inquinamento sono meno restrittive (Protocollo di Kyoto): permettono lo smaltimento di rifiuti senza troppi costi e non è sempre necessario l’installazione di filtri per depurare l’aria (come presentato dal film-documentario “An Inconvenient Truth”, avente come protagonista l’ex vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Al Gore).
“La storia giudicherà severamente i capi di Stato e di governo se avranno mancato l’appuntamento del dicembre 2015” sono ancora le parole del presidente francese. La storia dell’uomo è sempre stata intimamente connessa a quella della natura: nel medioevo Pietro Abelardo e Tommaso d’Aquino hanno trovato nella sua essenza la spiegazione del disegno divino, Cartesio e Newton nel seicento hanno cercato di spiegarla con l’analisi razionale e il metodo sperimentale. Durante il periodo dei lumi il filosofo tedesco Kant la interpreta come “il risultato della sintesi compiute dal soggetto sui dati sensibili”. “La salubrità dell’aria” è un appello “ecologico” agli abitanti di Milano, concittadini di Giuseppe Parini, per sostenere la necessità del miglioramento delle condizioni ambientali della città (1759).
Castronovo documenta che “le frontiere nazionali diventano sempre più evanescenti” e lasciano posto ai nuovi confini dettati dall’ economia-mondo, ad esempio Canada, Messico, USA formano una nazione economica dove ogni singola componente produce un semi lavorato che andrà integrato con i prodotti delle altre nazioni, in questo caso legname, manodopera e finanziamenti. I globofobici sono contrari alla creazione di grandi stati internazionali, infatti difendono i localismi (individualità e stile di vita di un popolo), e promuovono il welfare, cioè lo stato assistenziale che fornisce ai cittadini le pensioni e i servizi pubblici gratuiti (scuola, ospedale). Le potenze mondiali garantiscono gli equilibri politici e diplomatici e se un singolo stato è meno produttivo anche tutti gli altri stati ne risentono, infatti il crollo del mercato finanziario americano nel 2008 ha causato problemi a tutta l’economia mondiale, aspetto rappresentato in modo esasperato da Adam McKay (regista del film “The Big Short – La grande scommessa”).
Il filosofo e scrittore ginevrino Jean Jacques Rousseau indica che la storia dell’uomo è una progressiva decadenza da un originario e armonioso “stato di natura” a una condizione inautentica, caratterizzata dalla sopraffazione e dalla disuguaglianza (“Il contratto sociale”, “Emilio o dell’educazione”). Sembra infatti che lo sviluppo tecnologico cancelli gli istinti e le passioni dell’uomo. L’aspetto più preoccupante della globalizzazione è l’alienazione delle personalità umana, ormai si ragiona a stereotipi e si basano le decisioni personali sul consenso dei più. Il paese-mondo moderno diventata la Spagna del XVI secolo abitata da piccoli Don Chisciotte, incapaci di ragionare con la propria testa e legati allo stato di “minorenni” asserviti alle scelte degli altri (Immanuel Kant). Il valore numerico del denaro viene subordinato a quello degli uomini e a quello della Terra, il nostro pianeta. Le grandi multinazionali legittimano il loro potere su “un edonismo neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane” (Pier Paolo Pasolini). La coscienza di massa, soggetto politico da un caratteristico peso specifico, può essere plasmata e manipolata attraverso il piacere e il desiderio. I cittadini del mondo non vengono trattati come persone ma vengono considerati solo come “gregge da ricondurre all’obbedienza” al quale vendere prodotti di consumo talvolta inutili (D’Annunzio). L’Occidente, che porta avanti la battaglia della democrazia, non si accorge che vive sotto il giogo opprimete delle grandi marche, le quali si arricchiscono attraverso i nostri desideri infondati. “L’età della colonizzazione delle coscienze” (Remo Bodei) è la società che viviamo ogni giorno, quella che rende indifferenti le persone e ci rende partecipi alla “sfilata degli imbecilli” di Parini. Il cosmopolitismo contemporaneo non si riconosce con quello del XVII secolo basato sulla circolazione dell’esperienza e della cultura ma è diventato vuoto e inutile e la complicità “a questo sistema di potere e di cultura si paga però con l’anestetizzazione e la banalizzazione dell’esperienza, anche a causa dell’inflazione dei desideri così scatenata e del corrispondente bisogno di gestire le inevitabili frustrazioni” (Remo Bodei). La cultura del consumo mette in primo piano l’esteriorità e tralascia completamente tutti gli individui che non rispettano determinati canoni anche se le loro “parole sono la Verità”, come afferma Eugenio Montale.
L’uomo contemporaneo non si assume responsabilità e preferisce abdicare e nascondersi nella “massa” creata dalla globalizzazione, tutte le scelte che dobbiamo prendere vengono direzionate dalle decisioni degli altri, come nel film “Inside Llewyn Davis” di Ethan e Joel Coen. Il filosofo e sociologo polacco Bauman descrive la società dei consumi come il pericolo più grande dei nostri tempi, i protagonisti della storia si sono trasformati da produttori a consumatori e la società si adatta continuamente ai bisogni della maggioranza. Bauman afferma che la modernità è “liquida”, legata al consumismo e alla frenetica ricerca di un gruppo, la massa, per non sentirsi esclusi da un mondo che accelera.

Lorenzo Nardean – 4^A
“La globalizzazione e la società dei consumi alimentano processi produttivi e ideologici di mercato che inquinano non solo il pianeta ma anche i valori umani. Spiega l’argomento in riferimento alla COP 21 di Parigi e ai problemi socio-politici connessi allo sfruttamento delle risorse della terra.”
Una nuova educazione ambientale per la società globalizzata, responsabile di un Pianeta vulnerabile
Secondo le stime del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), la temperatura media della superficie della Terra e degli oceani è aumentata di 0,85 gradi tra il 1880 e il 2012, e a causa dell’aumento delle emissioni dovrebbe crescere ancora tra gli 0,3 e i 4,8 gradi entro il 2100. Questi improvvisi cambiamenti sono dovuti alle attività umane degli ultimi due secoli: se da un lato abbiamo assistito all’avvento della “globalizzazione” (alla nascita e alla crescita dell’industria, della new economy e del “Villaggio globale”) dall’altro dobbiamo fare i conti con una serie di cambiamenti climatici, dirette conseguenze dello sfruttamento delle risorse della terra.
Il fattore principale dei cambiamenti climatici è sicuramente l’uso intensivo delle risorse petrolifere, che sono diventate l’elemento fondamentale della società contemporanea. Nel settore dell’industria (produzione di energia elettrica, produzione di oggetti di plastica…) e anche nella vita quotidiana (automobile). “Il petrolio è una tecnologia, non una ricchezza – come ha scritto Piero Angela nel saggio “A cosa serve la politica?” – non è mai servito a niente se non ad accendere lucerne. Oggi è prezioso solo perché è diventato uno dei componenti del motore. L’invenzione di questo nuovo modo di usarlo ha sconvolto l’economia e la politica”. Negli anni si è creata una struttura economica e industriale che comprende la produzione e la distribuzione di energia e beni, trasporti, edilizia, elettrodomestici ecc…
Tutto questo si realizza su vari livelli: da quello primario (che comprende il prelievo delle risorse dal territorio per ottenere il prodotto lavorato) a quello più astratto, nel quale si trova l’utente finale che trova tutto ciò di cui ha bisogno al supermercato, senza vedere i processi che ci sono sotto (estrazione delle risorse, lavorazione, trasporti e distribuzione…).
I processi produttivi non inquinano solo il pianeta dal quale traggono le risorse, ma anche i valori umani. Le multinazionali antepongono il profitto al rispetto dell’ambiente. I Paesi e gli utenti finali che godono di beni e servizi creano assieme un grande sistema capitalista globalizzato che per funzionare sfrutta e danneggia il pianeta; “una galassia di legami e interazioni di ogni sorta da un luogo all’altro (sia nella produzione di beni e di servizi, che nel mercato dei capitali e del lavoro, sia ancora nel campo delle conoscenze e delle tecnologie), tanto fitta ed estesa da abbracciare paesi diversissimi e lontani fra di loro” (V. Castronovo, “L’Eredità del Novecento”).
Tutto questo ha avuto inizio con la prima rivoluzione industriale del XVIII secolo, anche se allora l’industria non era così avanzata da rappresentare una minaccia per l’ambiente. Già nel 1791 il letterato italiano Giuseppe Parini nel suo “Trattato sulla salubrità dell’aria”, denunciava il peggioramento della qualità dell’aria nella città di Milano.
In anni più recenti, 1997, un ciclo di negoziati internazionali portò adozione del protocollo di Kyoto. Il protocollo aveva stabilito di ridurre le emissioni di sei gas a effetto serra di almeno il 5 per cento rispetto ai livelli del 1990, tra il 2008 e il 2012. Il protocollo di Kyoto è stato un fallimento poiché i paesi più industrializzati come USA, Canada e Russia si sono ritirati, mentre la Cina si avvale dello stato di “Paese in via di sviluppo” per svincolarsi dagli obblighi del protocollo (sebbene sia in cima alla lista mondiale per il volume di emissioni di gas serra).
Il protocollo scadrà nel 2020 e dovrebbe essere sostituito da un nuovo testo, al centro della Cop21. L’obiettivo della Cop21 (ventunesima sessione della “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici”) è concludere un accordo applicabile a partire dal 2020 che vincoli i 195 paesi della Convenzione a limitare l’aumento delle temperature a due gradi centigradi rispetto all’epoca pre-industriale. Cop 21 dovrebbe servire come Governance per stabilire le linee guida necessarie per affrontare la crisi ambientale che stiamo vivendo attraverso delle promesse prese dai Paesi partecipanti.
“I contributi hanno la capacità di limitare l’aumento previsto delle temperature a circa 2,7 gradi entro il 2100. Non è assolutamente sufficiente, ma molto al di sotto dei quattro o cinque gradi previsti da alcuni” (Christiana Figueres, segretaria esecutiva della Unfccc).
I principali ostacoli a questo accordo sono i limiti che dovranno essere imposti ad ogni Paese per la salvaguardia dell’ambiente. I Paesi più ricchi sostengono che la divisione tra paesi industrializzati ed emergenti calcolata tramite parametri come PIL (Prodotto Interno Lordo) e ISU (Indice Sviluppo Umano) non è più valida. Infatti oggi la Cina è il primo inquinatore del mondo, l’India il terzo. Inoltre i Paese devono accordarsi su un meccanismo di monitoraggio per assicurare il mantenimento degli impegni presi.
Lo sfruttamento delle risorse della terra, oltre a provocare problemi ambientali, sono responsabili di problemi socio-politici. “Se troveranno un accordo per ridurre il riscaldamento globale, i leader mondiali faranno un passo importante per evitare carestie e guerre.
Per esempio, è vero che tra israeliani e palestinesi c’è una profonda ostilità di tipo etnico e religioso, ma è anche vero che i due popoli non hanno le stesse possibilità di accesso alle terre e all’acqua. Quando a queste situazioni si aggiungerà il cambiamento climatico, prevedibilmente la tensione aumenterà ancora.
Il modo migliore per evitare futuri conflitti legati al cambiamento climatico è rallentare il ritmo del riscaldamento globale. Ogni frazione di grado in meno che si otterrà a Parigi e nei prossimi vertici significherà meno sangue versato nelle future guerre per le risorse. È per questo che il vertice di Parigi dovrebbe essere considerato prima di tutto come una conferenza di pace” (“La pace passa per il clima”, Michael Klare, “The Nation”, Stati Uniti). Anche per il sociologo tedesco Ulrich Beck “i disastri ecologici favoriscono le guerre (es. acqua), conflitti armati per risorse vitali o sollecitazione impiego forza militare per tutelare risorse”.
In tutto questo la responsabilità principale si deve imputare alle grandi globoeuforiche compagnie multinazionali, le cui attività sul territorio ci fanno pensare sempre di più ad un futuro alla “Blade Runner”. Tuttavia un numero sempre maggiore di aziende (soprattutto banche e compagnie d’assicurazioni) ha cominciato a chiedere interventi seri e specifici per contrastare il riscaldamento globale, come ha fatto notare il giornalista statunitense Jefrey Ball in un articolo su “New Republic”: “il principale obiettivo dei dirigenti di queste aziende è riuscire a fare previsioni, e molti pensano che il cambiamento climatico sia un’incognita che bisogna assolutamente controllare e sfruttare a proprio vantaggio. La COP 21 e il rapporto di Citigroup (la più grande azienda di servizi finanziari del mondo) sostiene che i soldi non dovrebbero essere investiti direttamente nella produzione di energie rinnovabili ma dovrebbero servire per creare una rete finanziaria di sicurezza che incoraggi un aumento dei prestiti privati.”
Questo significa che i recenti sviluppi dell’inquinamento ambientale e dei cambiamenti climatici hanno fatto capire ai governi e alle multinazionali che oltre ad essere una minaccia per il pianeta e per l’umanità intera, il sistema finanziario globalizzato nel quale viviamo e lo stile di vita che conduciamo personalmente (“The american way of life”) è insostenibile.
Ogni individuo ha una responsabilità, dato che grazie alla globalizzazione ogni cittadino è cittadino del mondo; il sociologo Marshall McLuhan espresse questo concetto con il termine “villaggio globale”. La nostra, come ha detto il presidente Usa Obama, è probabilmente “l’ultima generazione” che può ancora invertire la tendenza e salvare il pianeta.
L’istruzione è uno degli obiettivi di sviluppo del millennio: per questo bisogna assolutamente sensibilizzare la società al rispetto dell’ambiente, a cominciare dai giovani, in modo che ognuno si renda conto delle responsabilità che le proprie azioni e i propri comportamenti hanno sul Pianeta. Il filosofo ginevrino Rousseau affermò nel romanzo pedagogico “Emilio o l’educazione” che l’uomo è buono per natura, ma la società lo corrompe: per riformare la società bisogna ripartire dall’educazione. Rousseau stesso era convinto che il legame tra l’uomo e la natura fosse mistico e che la tecnica e il progresso rovinassero questa connessione: nel romanzo l’educazione del ragazzo si svolgerà a contatto con la natura, lontano dagli influssi della vita sociale.
Oggi dobbiamo ripartire dall’educazione dato che mentre noi vediamo i cambiamenti climatici come una minaccia lontana, le prossime generazioni dovranno affrontare direttamente il problema. E’ un nostro dovere fare il possibile affinché le attività dell’uomo non modifichino gli ecosistemi naturali. Infatti il vero problema non è la disinformazione (di crisi ambientali, guerre, e globalizzazione se ne parla e anche tanto), bensì l’indifferenza con cui le persone tendono a evitare questi argomenti nelle scelte quotidiane, nel lavoro, e nell’educazione dei figli. L’istruzione e l’educazione ambientale sono l’unica scelta che abbiamo per far in modo che gli accordi della COP 21 non rimangano vane promesse, ma proposte consapevoli e concrete di uomini e donne che hanno deciso di preservare il mondo nel quale vivono. Come nel distopico “Farenheit 451” di Ray Bradbury, la cultura è ancora un rifugio nel quale troviamo la certezza che l’istruzione e il pensiero libero possono resistere contro l’indifferenza della società o l’oscurantismo dei potenti.
Anche l’educazione deve fare i conti con il nuovo mondo globalizzato. Il sociologo Zygmunt Bauman nel suo saggio “Conversazioni sull’educazione” contrappone una passata “modernità solida”, ovvero la sicurezza di quanti studiavano di accedere a un posto di lavoro in linea con le proprie competenze, con l'”incertezza endemica” della società globalizzata, dove l’individuo non sa cosa aspettarsi dal domani. Dalla tesi di Bauman appare chiaro che le generazioni che hanno preceduto la nostra hanno vissuto l’avvento della globalizzazione senza rendersene conto, mentre è importante che i giovani nati nella società globalizzata siano educati ad una cittadinanza consapevole, affinché possano affrontare tutte le sfide che la globalizzazione comporta (prima fra tutte quella dei cambiamenti climatici.

Chinellato Diego  4^A
La globalizzazione e la civiltà dei consumi alimentano i processi produttivi e ideologie di mercato che inquinano, non solo il pianeta, ma anche i valori umani. Spiega l’argomento in riferimento alla COP21 di Parigi e ai problemi socio-politici connessi allo sfruttamento delle risorse della Terra.

Dobbiamo salvare il pianeta o salvare noi stessi?

Ieri ho ordinato attraverso un sito internet un cavalletto per le mie chitarre, che è stato spedito dalla Gran Bretagna e nel giro di pochi giorni arriverà a casa mia. Il tutto senza necessità che io mi alzassi dalla sedia. Questo è un esempio della globalizzazione, un termine che indica un processo attraverso il quale mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più interdipendenti e interconnessi, in virtù dello scambio di beni e servizi e del movimento di capitale e tecnologia. Insomma, oggi abitiamo in un villaggio globale: siamo connessi con tutto il mondo e la distanza è quella di pochi clic. Come può un fenomeno del genere risultare negativo?

La globalizzazione trova le sue origini nella società di massa, ovvero la società in cui l’individuo tende a scomparire a favore di gruppi più grandi (masse), che iniziò a svilupparsi verso la fine del 1800 e l’inizio del 1900 e trova la massima espressione durante la terza rivoluzione industriale; tuttavia, il termine globalizzazione nasce negli anni ’90. La globalizzazione oggi è spesso usata come sinonimo di consumismo, seppur non indichino propriamente la stessa cosa: con consumismo si intende un acquisto indiscriminato da parte della massa di beni di consumo allo scopo di allargare continuamente la produzione; insomma, una società “usa e getta”. Nonostante ciò, consumismo e globalizzazione sono strettamente collegati: la semplicità con cui oggi posso comprare un cavalletto per le mie chitarre stando comodamente seduto davanti al computer è uno stimolo all’acquisto; a questo si aggiungono tutta una serie di fattori attentamente studiati dalle multinazionali che propongono i prodotti, in primis la pubblicità, esplicita ed implicita: la pubblicità esplicita è quella che vediamo tutti i giorni in TV, a cui ormai abbiamo fatto il callo, ma quella implicita è forse anche più subdola, perché è nascosta: ad esempio, molte persone sono convinte che avere l’ultimo modello di iPhone equivalga a dimostrare di essere assolutamente benestanti, e quindi spesso si trovano persone che si lamentano di non avere abbastanza soldi per pagare le bollette a fine mese, però riescono a spendere 800 euro per avere l’ultimo modello di iPhone appena uscito, solo perché sono convinte non di comprare un smartphone di cui necessitano veramente ma di acquisire così lo status sociale che “avere l’iPhone” comporta. Quando gli amici di questa persona verranno a contatto con questo pensiero, anch’essi probabilmente saranno contagiati e vorranno dimostrare la propria abbienza acquistando un iPhone. Inoltre, a parte questi condizionamenti psicologici, esistono alcune tecniche scorrette di marketing, come ad esempio l’obsolescenza programmata o pianificata, che consente nel creare prodotti con un ciclo vitale ristretto, che si rompono prima e quindi costringono il possessore ad acquistare un nuovo prodotto. Seppure queste tecniche vengano criticate da molti anni, talvolta capita di sentire di qualche azienda citata in giudizio per presunto uso di obsolescenza programmata: la stessa Apple, anni fa, era stata citata in giudizio per vita delle batterie di un suo prodotto, che si riteneva avessero un ciclo vitale volutamente corto.
Tuttavia, la globalizzazione non ha solo risvolti negativi: l’interconnessione del mondo permette anche ai paesi in via di sviluppo di ricavarsi un posto nel mercato internazionale, aumentando la competitività e, da un certo punto di vista, aumenta anche la sicurezza mondiale: è praticamente impossibile, per paesi che dipendono l’uno dall’altro, attaccarsi a vicenda, dato che questo causerebbe una crisi economica ad entrambi.

Tuttavia, alle cosiddette aziende multinazionali interessa solo trarre il maggior profitto possibile da questo fenomeno. Queste multinazionali, gigantesche aziende che operano in più nazioni e spesso più continenti, sembrano quindi essere il polo catodico della globalizzazione e del consumismo. Queste aziende sono le più grandi e importanti del mondo, marchi che si vedono ogni giorno come Microsoft, Google, McDonald’s, Honda, Nike: queste aziende spesso hanno la sede in un paese, di solito USA o paesi europei, mentre gli impianti di produzione sono localizzati in un’altra parte del mondo. Ed è qui che nasce il primo e principale problema della globalizzazione, causa di molti altri: essendo la produzione costosa nei paesi occidentali (uno smartphone che oggi paghiamo 200 euro, se fosse costruito interamente negli USA, costerebbe minimo 2000 euro!) per via dell’alto costo della manodopera e delle obbligazioni da parte della legge e visto che, grazie alla globalizzazione, commerci e trasporti sono diventanti estremamente veloci, queste aziende spostano gli impianti produttivi in paesi in via di sviluppo, spesso della zona orientale, come Cina, Taiwan, Bangladesh in cui la manodopera ha un costo ridottissimo e lavora con ritmi impensabili per noi occidentali (bambini che lavorano 12 ore al giorno!) e in cui la legge prevede un controllo pressoché nullo su rifiuti industriali e inquinamento. Ad esempio, la Cina da sola produce più emissioni di CO2 (anidride carbonica) di tutti gli USA e Unione Europea insieme. L’inquinamento è duplice: ambientale e morale. Se di inquinamento ambientale si parla sempre, di quello morale mai: eppure, utilizziamo tutti computer costruiti da Foxconn, la più grande azienda del mondo costruttrice di chip, con sede in Taiwan e impianti di produzione localizzati principalmente in Cina, che conta circa un milione e mezzo di dipendenti; questa azienda è tristemente famosa perché i dipendenti, sottoposti a turni di lavoro massacranti, spesso vanno incontro al suicidio lanciandosi dagli altissimi tetti delle fabbriche in cui lavorano. Noi tutti, quindi, stiamo usando strumenti che sono costati la vita a persone, che essendo però distantissime nello spazio non riescono a cogliere la nostra attenzione e semplicemente ce ne freghiamo mentre i media tacciono.

Per quanto riguarda l’inquinamento ambientale, il problema principale riguarda il cosiddetto global warming (surriscaldamento globale), causato da due fenomeni: il primo è il buco nell’ozono, che riguarda il progressivo deterioramento della ozonosfera, uno strato dell’atmosfera terrestre che serve come riflettente per i dannosi raggi UV i quali, attraverso questo buco, riescono a raggiungere la Terra e addirittura a restarvi intrappolati a causa del secondo fenomeno, l’effetto serra, che indica la creazione di una sorta di “specchio” al contrario che non permette ai raggi dannosi di uscire una volta colpita la terra, ma invece restano intrappolati continuando a danneggiarci. Dalla seconda metà degli anni 80 in poi, gli esperti prima e anche l’opinione pubblica dopo sono diventanti gradualmente coscienti della gravità della situazione, causa di fenomeni come lo scioglimento dei ghiacciai, la perdita di biodiversità e l’innalzamento della temperatura media globale, e hanno tentato numerose strade per porre rimedio al problema. Il primo tentativo fu l’United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), del 1992, una convenzione fatta dall’ONU e firmata da quasi 200 stati (detti “parti”) che era principalmente teorica e che verrà estesa e ampliata dal più famoso Protocollo di Kyoto del 1997, che introdurrà alcuni obiettivi pratici come l’obbligo di operare una riduzione delle emissioni di gas serra di un minimo del 5% nel periodo 2008-2012. Tuttavia, il Protocollo sostanzialmente fallì, per vari motivi: il più grande produttore di gas serra nel periodo di ratificazione del protocollo, gli USA, si rifiutarono di ratificarlo; i paesi in via di sviluppo, come Cina e India, non erano tenuti a ridurre le emissioni in quanto, appunto, paesi in via di sviluppo; insomma, con l’obiettivo di ridurre le emissioni nel 5%, nel 2012 ci siamo ritrovati con un aumento del 58% rispetto all’anno di ratificazione del Protocollo. Le parti firmatarie delle due convenzioni precedentemente citate si riuniscono annualmente nella COP (Conference of Parties); l’ultima riunione, la COP21 avvenuta a Dicembre 2015, si è conclusa con la creazione dell’Accordo di Parigi, che dovrà entrare in vigore il 22 Aprile 2016 e che prevede la riduzione delle emissioni di gas serra del 55% e l’innalzamento della temperatura globale di non oltre 1.5° entro il 2020. È più corretto dire che si tenta di ridurre le emissioni, dato che l’Accordo non è vincolante: se non verrà firmato da almeno 55 paesi, non entrerà in vigore; un Paese può rifiutarsi di ratificare l’Accordo senza subire alcun tipo di sanzione; se un Paese ratifica l’Accordo e non lo rispetta, non subirà alcun tipo di sanzione; insomma, nessun obbligo, nessuna penale, proprio come il Protocollo di Kyoto.

Intanto, circa il 98% dei climatologi afferma che il surriscaldamento globale è un problema estremamente grave e non viene preso sufficientemente in considerazione, e moltissimi movimenti ambientalisti affermano che dobbiamo “Salvare il pianeta e la natura”. Ma la verità è che noi non dobbiamo salvare il pianeta e la natura, dobbiamo salvare noi stessi; come diceva il grandissimo comico americano George Carlin: “Il pianeta sta benissimo, sono le persone ad essere fregate”. Ormai sappiamo che l’effetto serra è dannoso, che la plastica non è biodegradabile, che vivere in un ambiente inquinato riduce le nostre aspettative di vita, ma il pianeta Terra non se ne andrà da nessuna parte: siamo noi che ce ne andremo se non attueremo delle soluzioni pratiche al problema. È vero che i raggi UV che passano attraverso il buco dell’ozono ci causano tutta una serie di patologie come tumori, cancro e via dicendo; tuttavia, se dovessimo davvero scomparire a causa di questi raggi, probabilmente altre forme di vita resistenti come scorpioni e formiche potrebbero diventare i padroni della Terra dopo la nostra dipartita: la vita non terminerebbe, il genere umano sì. Questo pianeta verde e blu è qui da 4.500.000.000 di anni, noi invece da poche centinaia di migliaia e ci occupiamo di industria pesante e inquinante da solo 200 anni: la Terra ha subito bombardamenti cosmici, glaciazioni, inversioni magnetiche dei poli, tempeste solari, terremoti, eruzioni continue e nonostante tutto ciò la vita si è comunque creata dal caos e dal nulla; siamo davvero così presuntuosi da essere convinti di essere essenziali al pianeta?

Concludendo, voglio ribadire affermando come la globalizzazione potrebbe essere portatrice di un benessere globale e diffuso e invece, a causa degli interessi delle multinazionali e del menefreghismo generale, è vettore di squilibri socio-politici, digital divide, povertà e addirittura inquinamento che mette a rischio la sopravvivenza degli esseri umani; il tutto affinché io possa comprare il cavalletto per le mie chitarre da casa. Credo che l’unica soluzione sia possibile solo attraverso ciò che ha reso la globalizzazione possibile, cioè la massa: se tutta l’opinione pubblica si schierasse veramente, non solo attraverso qualche post su Facebook, contro le multinazionali che non rispettano l’Uomo, forse la situazione cambierebbe.

 

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