Un benvenuto alle nuove leve

Matteo Midena Classe 3°A

Argomento: Tre scrittori del Novecento di fronte a Dante.
Titolo: L’universalità di Dante

“Dante è il poeta più universale che abbia scritto in lingua moderna, la sua poesia rappresenta l’unica scuola universale di stile poetico valida per qualsiasi lingua” scrive il poeta inglese del 1929 Thomas Steans Eliot.
La sua opera infatti è scritta in volgare fiorentino, per renderla così accessibile al popolo.
Nel Medioevo è risaputo che la maggioranza della popolazione era analfabeta perché il monopolio della cultura era in mano alla Chiesa, gli amanuensi formavano il pensiero della gente anche attraverso il bianco mantello di chiese.
Pur di rimanere coerente con la scelta del linguaggio della sua opera, Dante rifiuta la corona d’alloro proposta da Giovanni del Vigilio, (offertagli purché scrivesse la sua opera in latino) che rappresentava la massima onorificenza data ai sommi poeti.
Dante diventa quindi un modello da seguire, perchè non desiste da un progetto in cui crede. Montale sottolinea come l’autore sia lontano da noi moderni troppo razionali e mercificati e di come l’esempio di Dante sia irripetibile. Lo stesso Jorge Luis Borges, scrittore argentino, nel 1977 dichiara di aver tentato di emulare nei suoi racconti la capacità dantesca, di “presentare un momento come compendio di una vita”,”rendere sensibile l’astratto, e di rendere corporeo anche l’immateriale”, (1965 – Montale).
Dante dice proprio tutto, infatti parla di politica, letteratura, sociologia, filosofia, quindi rappresenta l’apice della letteratura e delle letterature (Borges), “Dante ha fatto il pieno, e per gli altri la benzina è stata scarsa” si pronuncia di nuovo Montale nel 1971. “Nessuno ha il diritto di privarsi di questa felicità, la Commedia che è e resterà l’ultimo miracolo della poesia mondiale; di privarsi di leggerla in modo ingenuo, con la confidenza di un bambino ed abbandonarsi ad esso” (Borges).
“La vera poesia ha sempre il carattere di un dono e  pertanto essa presuppone la dignità di chi lo riceve, questo è forse il massimo insegnamento che Dante ci ha lasciato”, evidenzia  Montale. Come dice Dante, nell’Epistola 13^ a Cangrande della Scala, la sua Divina Commedia ha come finalità aiutare l’umanità al necessario raggiungimento della felicità. Felicità che si raggiunge con la conoscenza di Dio, attraverso la teofania, e secondo Dante anche attraverso la ricerca del sapere e della verità.
Nel “Intendo fare un generale convivio” Dante non si considera un filosofo né un teologo, si definisce un uomo che è riuscito ad abbandonare i piaceri mondani, di cui si ciba la maggioranza delle persone.
Dante vuole quindi dare la possibilità ai poveri di spirito di diventare ricchi interiormente, attraverso le sue rime dottrinali e filosofiche.

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