Chi sono i veri “Miserabili”?

Il grottesco “ incatenato agli appetiti, ai bisogni, alle passioni” e il sublime “ sollevato sulle ali dell’entusiasmo e del sogno” rappresentano il lait-motiv che percorre la trama de I miserabili” di Victor Hugo, che vede nel personaggio di Jean Valjean la realizzazione dell’elevazione morale sui limiti e sui condizionamenti umani.

Nella Francia che respira il tardo clima della Restaurazione e che denuncia il divario tra la ricchezza esagerata di classi sociali arriviste, discriminatorie e disumanizzate e le frange estreme di una società calpestata nella dignità, succede l’inatteso.

La metamorfosi di un ex galeotto condannato ai lavori forzati, che si manifesta nella bellezza spirituale e nella capacità di agire nella forza della verità, lascia senza fiato.

Gli eventi storici fanno da contesto alla vicenda umana e le ingiustizie richiedono riflessione.

Gli sfruttamenti degli operai nelle fabbriche, i miserabili e squallidi quartieri di periferia ricordano la vicenda di Oliver Twist di Dickens. Le rivendicazioni politiche di sistemi repubblicani e le barricate per i diritti umani richiamano alla memoria le battaglie per la libertà e vedono persino i bambini coinvolti, ricordando i piccoli protagonisti del libro “Cuore” di De Amicis.

Il punto di vista del “sublime” stravolge però le situazioni e diviene la forza che spezza la forma.

La maniacale esecuzione della legge umana e il perseguimento dell’ ipse dixit della legalità vede nell’ispettore Javert un inevitabile fallimento, in quanto esclude la possibilità di redenzione e di cambiamento e si trincera dietro un cristallizzato pregiudizio.

Sì! Jean Valjean è un altro uomo.

E’ l’incontro con Dio, alla maniera manzoniana, la fonte di salvezza, l’occasione di catarsi che impone la verità sull’etichetta, restituendo dignità all’uomo.

In un climax di bellezza, il pathos romantico fa da sottofondo agli eventi e la natura accompagna la fuga verso la libertà, con i suoi spazi aperti e idilliaci, che si contrappongono alla grettezza cinica e venale di chi si piega al potere e al denaro.

L’adattamento cinematografico del romanzo vede realizzarsi, nel film diretto da Bille August nel 1998, il rispetto del realismo e della poesia che caratterizzano lo stile di Hugo e crea decisamente uno spettacolo da non perdere.

La prof

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Il Romanticismo nel bosco

La bellezza dell’immaginazione trasfigura il reale e manifesta il mistero della vita, realizza fantasticamente il desiderio umano del piacere infinito, sacrificato dalla finitezza del mondo in cui viviamo .

Into the Woods, film del 2014 diretto da Rob Marshall, rielabora magistralmente le antiche fiabe di Grimm, in una fusione di trame che intersecandosi crea un avvincente racconto.

Vorrei” è il leit-motiv che echeggia nella storia ed è il bosco il luogo metaforico “della realizzazione fantastica di desideri inconsci”, parafrasando Freud.

Il sentimento del bosco, le scene notturne, il vago e l’indefinito delle atmosfere, riaccendono il leopardiano mito dell’infanzia, luogo privilegiato della fantasia e della dolcezza.

Il grandioso e il tenebroso, la magia e il sublime ricombinano le vicende in modo creativo ed emozionante, animando il bosco di una forza che unisce spirito umano e natura, alla maniera romantica.

I personaggi della fiaba perseguono egoisticamente i loro sogni, che vengono scompaginati dalla forza dirompente dell’amore, che chiede giustizia.

Un riavvolgimento delle azioni, sulla pellicola dei desideri, ripristina una dimensione aperta all’ascolto dell’altro, per dar vita a un rapporto umano più autentico, volto a realizzare così la“ leopardiana ginestra ” della solidarietà.

Abbiamo visto il film insieme e voi che ne pensate ragazzi?

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Ragionare aiuta

Cappellazzo Giacomo San Donà di Piave, 09 marzo 2016
Classe 4^A

Tra globalizzazione, società “liquida”, svalutazione delle risorse della Terra e “inflazione dei desideri” la modernità si pone degli obiettivi per migliorare.
Gli obiettivi del nuovo millennio, promossi dalle Nazioni Unite, garantiscono l’impegno degli Stati aderenti a sviluppare la cultura e l’istruzione, a combattere la povertà e la fame, a promuovere la parità dei sessi, ad emancipare la condizione della donna e a garantire lo sviluppo ambientale sostenibile. Questi obiettivi devono essere raggiunti in un mondo dominato dalla New Economy e dal mercato economico e finanziario globalizzato dove “pochi grammi di cavo di fibre ottiche” possono trasmettere “informazioni istantaneamente” (Rifkin).
La globalizzazione è il processo che ha portato all’interconnessione del mondo in tutti gli aspetti della vita, da quello economico a quello sociale, a quello politico. Marshall McLuhan, teorico dei mass-media canadese, descriveva il mondo come un grande “Villaggio Globale” collegato dalla nuove tecnologie di comunicazione digitali. L’uomo contemporaneo non vive più in una società locale, caratterizzata dalle proprie usanze e tradizioni, ma si deve interfacciare con un società aperta che ormai include tutti gli stati del pianeta. La globalizzazione permette di scavalcare i tempi morti e valorizza la diffusione dell’istruzione, è infatti possibile accedere alla cultura da qualsiasi parte del globo attraverso l’uso della rete. I paesi del Sud del mondo possono sfruttare questo processo di interazione transnazionale per aumentare il fattore ISU (Indice Sviluppo Umano) e per far crescere la propria economia, rendendola competitiva e attiva a livello continentale e mondiale.
Si possono però delineare due punti di vista: quello globoeuforico e quello globofobico. Il primo si rispecchia nella filosofia dell’ ”American way of life” sorretto dalle grandi multinazionali, che attraverso il supporto politico ed economico sono i governatori del nuovo “villaggio globale”. Dal loro punto di vista la globalizzazione deve portare all’equa distribuzione del piacere, delle ricchezze e della cultura. La parte contraria critica lo stereotipo gonfiato del “self-made man” che non corrisponde nella realtà e che porta all’omologazione e al cliché del comportamento, emulando in modo banale e scontato i modelli imposti dalla civiltà dei consumi. Lo sviluppo mondiale delle politica e dell’economia ha portato alla creazione di nuovi mercati e servizi (informatica, robotica, telecomunicazioni) e ha reso l’economia mondiale istantanea. Grazie al “Digital Marketing” e al “Tele-Working” Paesi prima al margine del mondo sono riusciti a scoppiare dal punto di vista del software informatico e delle ricerche tecnologiche sulla forme di energia rinnovabile (Brasile, Cina, India). Al di là delle caratteristiche positive gli scambi internazionali continuano a trascinare gli aspetti negativi di una società globale senza Governance.
Un ente sovranazionale che regoli gli equilibri mondiali è necessario poiché la globalizzazione aumenta inevitabilmente la disuguaglianza tra i paesi del Nord e del Sud del mondo. Questi ultimi sono obbligati a creare dei debiti con i paesi più ricchi ai quali devono rimanere legati se non vogliono perdere il loro posto nei rapporti internazionali e diventano quindi colonie subordinate agli interessi Occidentali. I paesi più ricchi speculano sul lavoro delle persone meno abbienti e costringono 1,3 miliardi di individui a vivere con meno di un dollaro al giorno e 840 milioni di persone sono malnutrite a causa della povertà e dei cambiamenti climatici, si crea il problema delle migrazioni ambientali dove il persecutore diventa il clima (Bolaffi). Lo sfruttamento dei lavoratori nei paesi poveri o poco controllati è alimentato dalla mancanza di sindacati che li possa proteggere (la manifestazione dal carattere democratico della “rivoluzione degli ombrelli” ad Hong Kong nel 2014 protestava contro il governo comunista dittatoriale della Cina per ottenere più garanzie politiche e lavorative). Il processo di sviluppo non controllato porta ad aumentare in maniera esponenziale il tasso di inquinamento e il “digital divide”, infatti solo chi è collegato “alla galassia di legami e interazioni” può intrattenere rapporti commerciali e politici con gli altri paesi (Castronovo). La logica capitalistica dell’economia finanziaria porta all’ individualismo, le risorse umane e naturali vengono sfruttare per produrre beni destinati alla vendita senza alcun rispetto dei valori, della legge e delle prescrizioni anti-inquinamento.
Un esempio di Governance si può però riconoscere nella COP21 (XXI Conferenza delle Parti) che si è tenuta a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre del 2015 e ha lo scopo di descrivere e trovare soluzioni circa il fenomeno del riscaldamento globale che sta diventando allarmante. 150 capi di Stato si sono confrontati sui temi dello sviluppo sostenibile per aumentare il benessere degli uomini in linea con i ritmi della natura, rispettando i diritti inalienabili di tutti gli esseri viventi. Il presidente americano Obama spiega che la nostra generazione è “l’ultima a poter fare qualcosa” e Putin afferma che entro il 2030 bisogna ridurre le emissioni di CO2 del 30% (46 miliardi di tonnellate di gas serra). Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU, espone il rapporto tra pace e ambiante e attesta che le guerre dell’oro blu (Cisgiordania-Israele) e quelle fomentate dagli interessi economici (lobby del petrolio) possono essere contrastate con forza ed efficacia solo se tutte le potenze del mondo hanno obiettivi comuni. La cancelliera tedesca Angela Merkel propone un accordo vincolante e promette di raddoppiare i finanziamenti pubblici per le energie rinnovabili entro il 2020. Il pensiero più pragmatico e innovativo proviene da François Hollande che descrive la Conferenza delle Parti come “la sfida più importante di sempre” infatti porta avanti un’iniziativa internazionale, la Global Solar Alliance, per unire le nazioni ricche di energia e farle cooperare insieme. L’opinione pubblica sta discutendo sul concetto di “Green economy”, che vuole promuovere l’utilizzo delle energie rinnovabili ma la realizzazione di questi sistemi è onerosa dal punto di vista economico (il costo per produrre un pannello solare è molto elevato a causa dei materiali, cadmio e gallio). Le grandi multinazionali possiedono i pacchetti azionari del petrolio, che non è rinnovabile, e contrastano la filosofia dell’economia verde. I paesi in via di sviluppo vengono sfruttati dalle grandi industrie perché le norme anti-inquinamento sono meno restrittive (Protocollo di Kyoto): permettono lo smaltimento di rifiuti senza troppi costi e non è sempre necessario l’installazione di filtri per depurare l’aria (come presentato dal film-documentario “An Inconvenient Truth”, avente come protagonista l’ex vicepresidente degli Stati Uniti d’America, Al Gore).
“La storia giudicherà severamente i capi di Stato e di governo se avranno mancato l’appuntamento del dicembre 2015” sono ancora le parole del presidente francese. La storia dell’uomo è sempre stata intimamente connessa a quella della natura: nel medioevo Pietro Abelardo e Tommaso d’Aquino hanno trovato nella sua essenza la spiegazione del disegno divino, Cartesio e Newton nel seicento hanno cercato di spiegarla con l’analisi razionale e il metodo sperimentale. Durante il periodo dei lumi il filosofo tedesco Kant la interpreta come “il risultato della sintesi compiute dal soggetto sui dati sensibili”. “La salubrità dell’aria” è un appello “ecologico” agli abitanti di Milano, concittadini di Giuseppe Parini, per sostenere la necessità del miglioramento delle condizioni ambientali della città (1759).
Castronovo documenta che “le frontiere nazionali diventano sempre più evanescenti” e lasciano posto ai nuovi confini dettati dall’ economia-mondo, ad esempio Canada, Messico, USA formano una nazione economica dove ogni singola componente produce un semi lavorato che andrà integrato con i prodotti delle altre nazioni, in questo caso legname, manodopera e finanziamenti. I globofobici sono contrari alla creazione di grandi stati internazionali, infatti difendono i localismi (individualità e stile di vita di un popolo), e promuovono il welfare, cioè lo stato assistenziale che fornisce ai cittadini le pensioni e i servizi pubblici gratuiti (scuola, ospedale). Le potenze mondiali garantiscono gli equilibri politici e diplomatici e se un singolo stato è meno produttivo anche tutti gli altri stati ne risentono, infatti il crollo del mercato finanziario americano nel 2008 ha causato problemi a tutta l’economia mondiale, aspetto rappresentato in modo esasperato da Adam McKay (regista del film “The Big Short – La grande scommessa”).
Il filosofo e scrittore ginevrino Jean Jacques Rousseau indica che la storia dell’uomo è una progressiva decadenza da un originario e armonioso “stato di natura” a una condizione inautentica, caratterizzata dalla sopraffazione e dalla disuguaglianza (“Il contratto sociale”, “Emilio o dell’educazione”). Sembra infatti che lo sviluppo tecnologico cancelli gli istinti e le passioni dell’uomo. L’aspetto più preoccupante della globalizzazione è l’alienazione delle personalità umana, ormai si ragiona a stereotipi e si basano le decisioni personali sul consenso dei più. Il paese-mondo moderno diventata la Spagna del XVI secolo abitata da piccoli Don Chisciotte, incapaci di ragionare con la propria testa e legati allo stato di “minorenni” asserviti alle scelte degli altri (Immanuel Kant). Il valore numerico del denaro viene subordinato a quello degli uomini e a quello della Terra, il nostro pianeta. Le grandi multinazionali legittimano il loro potere su “un edonismo neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane” (Pier Paolo Pasolini). La coscienza di massa, soggetto politico da un caratteristico peso specifico, può essere plasmata e manipolata attraverso il piacere e il desiderio. I cittadini del mondo non vengono trattati come persone ma vengono considerati solo come “gregge da ricondurre all’obbedienza” al quale vendere prodotti di consumo talvolta inutili (D’Annunzio). L’Occidente, che porta avanti la battaglia della democrazia, non si accorge che vive sotto il giogo opprimete delle grandi marche, le quali si arricchiscono attraverso i nostri desideri infondati. “L’età della colonizzazione delle coscienze” (Remo Bodei) è la società che viviamo ogni giorno, quella che rende indifferenti le persone e ci rende partecipi alla “sfilata degli imbecilli” di Parini. Il cosmopolitismo contemporaneo non si riconosce con quello del XVII secolo basato sulla circolazione dell’esperienza e della cultura ma è diventato vuoto e inutile e la complicità “a questo sistema di potere e di cultura si paga però con l’anestetizzazione e la banalizzazione dell’esperienza, anche a causa dell’inflazione dei desideri così scatenata e del corrispondente bisogno di gestire le inevitabili frustrazioni” (Remo Bodei). La cultura del consumo mette in primo piano l’esteriorità e tralascia completamente tutti gli individui che non rispettano determinati canoni anche se le loro “parole sono la Verità”, come afferma Eugenio Montale.
L’uomo contemporaneo non si assume responsabilità e preferisce abdicare e nascondersi nella “massa” creata dalla globalizzazione, tutte le scelte che dobbiamo prendere vengono direzionate dalle decisioni degli altri, come nel film “Inside Llewyn Davis” di Ethan e Joel Coen. Il filosofo e sociologo polacco Bauman descrive la società dei consumi come il pericolo più grande dei nostri tempi, i protagonisti della storia si sono trasformati da produttori a consumatori e la società si adatta continuamente ai bisogni della maggioranza. Bauman afferma che la modernità è “liquida”, legata al consumismo e alla frenetica ricerca di un gruppo, la massa, per non sentirsi esclusi da un mondo che accelera.

Lorenzo Nardean – 4^A
“La globalizzazione e la società dei consumi alimentano processi produttivi e ideologici di mercato che inquinano non solo il pianeta ma anche i valori umani. Spiega l’argomento in riferimento alla COP 21 di Parigi e ai problemi socio-politici connessi allo sfruttamento delle risorse della terra.”
Una nuova educazione ambientale per la società globalizzata, responsabile di un Pianeta vulnerabile
Secondo le stime del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), la temperatura media della superficie della Terra e degli oceani è aumentata di 0,85 gradi tra il 1880 e il 2012, e a causa dell’aumento delle emissioni dovrebbe crescere ancora tra gli 0,3 e i 4,8 gradi entro il 2100. Questi improvvisi cambiamenti sono dovuti alle attività umane degli ultimi due secoli: se da un lato abbiamo assistito all’avvento della “globalizzazione” (alla nascita e alla crescita dell’industria, della new economy e del “Villaggio globale”) dall’altro dobbiamo fare i conti con una serie di cambiamenti climatici, dirette conseguenze dello sfruttamento delle risorse della terra.
Il fattore principale dei cambiamenti climatici è sicuramente l’uso intensivo delle risorse petrolifere, che sono diventate l’elemento fondamentale della società contemporanea. Nel settore dell’industria (produzione di energia elettrica, produzione di oggetti di plastica…) e anche nella vita quotidiana (automobile). “Il petrolio è una tecnologia, non una ricchezza – come ha scritto Piero Angela nel saggio “A cosa serve la politica?” – non è mai servito a niente se non ad accendere lucerne. Oggi è prezioso solo perché è diventato uno dei componenti del motore. L’invenzione di questo nuovo modo di usarlo ha sconvolto l’economia e la politica”. Negli anni si è creata una struttura economica e industriale che comprende la produzione e la distribuzione di energia e beni, trasporti, edilizia, elettrodomestici ecc…
Tutto questo si realizza su vari livelli: da quello primario (che comprende il prelievo delle risorse dal territorio per ottenere il prodotto lavorato) a quello più astratto, nel quale si trova l’utente finale che trova tutto ciò di cui ha bisogno al supermercato, senza vedere i processi che ci sono sotto (estrazione delle risorse, lavorazione, trasporti e distribuzione…).
I processi produttivi non inquinano solo il pianeta dal quale traggono le risorse, ma anche i valori umani. Le multinazionali antepongono il profitto al rispetto dell’ambiente. I Paesi e gli utenti finali che godono di beni e servizi creano assieme un grande sistema capitalista globalizzato che per funzionare sfrutta e danneggia il pianeta; “una galassia di legami e interazioni di ogni sorta da un luogo all’altro (sia nella produzione di beni e di servizi, che nel mercato dei capitali e del lavoro, sia ancora nel campo delle conoscenze e delle tecnologie), tanto fitta ed estesa da abbracciare paesi diversissimi e lontani fra di loro” (V. Castronovo, “L’Eredità del Novecento”).
Tutto questo ha avuto inizio con la prima rivoluzione industriale del XVIII secolo, anche se allora l’industria non era così avanzata da rappresentare una minaccia per l’ambiente. Già nel 1791 il letterato italiano Giuseppe Parini nel suo “Trattato sulla salubrità dell’aria”, denunciava il peggioramento della qualità dell’aria nella città di Milano.
In anni più recenti, 1997, un ciclo di negoziati internazionali portò adozione del protocollo di Kyoto. Il protocollo aveva stabilito di ridurre le emissioni di sei gas a effetto serra di almeno il 5 per cento rispetto ai livelli del 1990, tra il 2008 e il 2012. Il protocollo di Kyoto è stato un fallimento poiché i paesi più industrializzati come USA, Canada e Russia si sono ritirati, mentre la Cina si avvale dello stato di “Paese in via di sviluppo” per svincolarsi dagli obblighi del protocollo (sebbene sia in cima alla lista mondiale per il volume di emissioni di gas serra).
Il protocollo scadrà nel 2020 e dovrebbe essere sostituito da un nuovo testo, al centro della Cop21. L’obiettivo della Cop21 (ventunesima sessione della “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici”) è concludere un accordo applicabile a partire dal 2020 che vincoli i 195 paesi della Convenzione a limitare l’aumento delle temperature a due gradi centigradi rispetto all’epoca pre-industriale. Cop 21 dovrebbe servire come Governance per stabilire le linee guida necessarie per affrontare la crisi ambientale che stiamo vivendo attraverso delle promesse prese dai Paesi partecipanti.
“I contributi hanno la capacità di limitare l’aumento previsto delle temperature a circa 2,7 gradi entro il 2100. Non è assolutamente sufficiente, ma molto al di sotto dei quattro o cinque gradi previsti da alcuni” (Christiana Figueres, segretaria esecutiva della Unfccc).
I principali ostacoli a questo accordo sono i limiti che dovranno essere imposti ad ogni Paese per la salvaguardia dell’ambiente. I Paesi più ricchi sostengono che la divisione tra paesi industrializzati ed emergenti calcolata tramite parametri come PIL (Prodotto Interno Lordo) e ISU (Indice Sviluppo Umano) non è più valida. Infatti oggi la Cina è il primo inquinatore del mondo, l’India il terzo. Inoltre i Paese devono accordarsi su un meccanismo di monitoraggio per assicurare il mantenimento degli impegni presi.
Lo sfruttamento delle risorse della terra, oltre a provocare problemi ambientali, sono responsabili di problemi socio-politici. “Se troveranno un accordo per ridurre il riscaldamento globale, i leader mondiali faranno un passo importante per evitare carestie e guerre.
Per esempio, è vero che tra israeliani e palestinesi c’è una profonda ostilità di tipo etnico e religioso, ma è anche vero che i due popoli non hanno le stesse possibilità di accesso alle terre e all’acqua. Quando a queste situazioni si aggiungerà il cambiamento climatico, prevedibilmente la tensione aumenterà ancora.
Il modo migliore per evitare futuri conflitti legati al cambiamento climatico è rallentare il ritmo del riscaldamento globale. Ogni frazione di grado in meno che si otterrà a Parigi e nei prossimi vertici significherà meno sangue versato nelle future guerre per le risorse. È per questo che il vertice di Parigi dovrebbe essere considerato prima di tutto come una conferenza di pace” (“La pace passa per il clima”, Michael Klare, “The Nation”, Stati Uniti). Anche per il sociologo tedesco Ulrich Beck “i disastri ecologici favoriscono le guerre (es. acqua), conflitti armati per risorse vitali o sollecitazione impiego forza militare per tutelare risorse”.
In tutto questo la responsabilità principale si deve imputare alle grandi globoeuforiche compagnie multinazionali, le cui attività sul territorio ci fanno pensare sempre di più ad un futuro alla “Blade Runner”. Tuttavia un numero sempre maggiore di aziende (soprattutto banche e compagnie d’assicurazioni) ha cominciato a chiedere interventi seri e specifici per contrastare il riscaldamento globale, come ha fatto notare il giornalista statunitense Jefrey Ball in un articolo su “New Republic”: “il principale obiettivo dei dirigenti di queste aziende è riuscire a fare previsioni, e molti pensano che il cambiamento climatico sia un’incognita che bisogna assolutamente controllare e sfruttare a proprio vantaggio. La COP 21 e il rapporto di Citigroup (la più grande azienda di servizi finanziari del mondo) sostiene che i soldi non dovrebbero essere investiti direttamente nella produzione di energie rinnovabili ma dovrebbero servire per creare una rete finanziaria di sicurezza che incoraggi un aumento dei prestiti privati.”
Questo significa che i recenti sviluppi dell’inquinamento ambientale e dei cambiamenti climatici hanno fatto capire ai governi e alle multinazionali che oltre ad essere una minaccia per il pianeta e per l’umanità intera, il sistema finanziario globalizzato nel quale viviamo e lo stile di vita che conduciamo personalmente (“The american way of life”) è insostenibile.
Ogni individuo ha una responsabilità, dato che grazie alla globalizzazione ogni cittadino è cittadino del mondo; il sociologo Marshall McLuhan espresse questo concetto con il termine “villaggio globale”. La nostra, come ha detto il presidente Usa Obama, è probabilmente “l’ultima generazione” che può ancora invertire la tendenza e salvare il pianeta.
L’istruzione è uno degli obiettivi di sviluppo del millennio: per questo bisogna assolutamente sensibilizzare la società al rispetto dell’ambiente, a cominciare dai giovani, in modo che ognuno si renda conto delle responsabilità che le proprie azioni e i propri comportamenti hanno sul Pianeta. Il filosofo ginevrino Rousseau affermò nel romanzo pedagogico “Emilio o l’educazione” che l’uomo è buono per natura, ma la società lo corrompe: per riformare la società bisogna ripartire dall’educazione. Rousseau stesso era convinto che il legame tra l’uomo e la natura fosse mistico e che la tecnica e il progresso rovinassero questa connessione: nel romanzo l’educazione del ragazzo si svolgerà a contatto con la natura, lontano dagli influssi della vita sociale.
Oggi dobbiamo ripartire dall’educazione dato che mentre noi vediamo i cambiamenti climatici come una minaccia lontana, le prossime generazioni dovranno affrontare direttamente il problema. E’ un nostro dovere fare il possibile affinché le attività dell’uomo non modifichino gli ecosistemi naturali. Infatti il vero problema non è la disinformazione (di crisi ambientali, guerre, e globalizzazione se ne parla e anche tanto), bensì l’indifferenza con cui le persone tendono a evitare questi argomenti nelle scelte quotidiane, nel lavoro, e nell’educazione dei figli. L’istruzione e l’educazione ambientale sono l’unica scelta che abbiamo per far in modo che gli accordi della COP 21 non rimangano vane promesse, ma proposte consapevoli e concrete di uomini e donne che hanno deciso di preservare il mondo nel quale vivono. Come nel distopico “Farenheit 451” di Ray Bradbury, la cultura è ancora un rifugio nel quale troviamo la certezza che l’istruzione e il pensiero libero possono resistere contro l’indifferenza della società o l’oscurantismo dei potenti.
Anche l’educazione deve fare i conti con il nuovo mondo globalizzato. Il sociologo Zygmunt Bauman nel suo saggio “Conversazioni sull’educazione” contrappone una passata “modernità solida”, ovvero la sicurezza di quanti studiavano di accedere a un posto di lavoro in linea con le proprie competenze, con l'”incertezza endemica” della società globalizzata, dove l’individuo non sa cosa aspettarsi dal domani. Dalla tesi di Bauman appare chiaro che le generazioni che hanno preceduto la nostra hanno vissuto l’avvento della globalizzazione senza rendersene conto, mentre è importante che i giovani nati nella società globalizzata siano educati ad una cittadinanza consapevole, affinché possano affrontare tutte le sfide che la globalizzazione comporta (prima fra tutte quella dei cambiamenti climatici.

Chinellato Diego  4^A
La globalizzazione e la civiltà dei consumi alimentano i processi produttivi e ideologie di mercato che inquinano, non solo il pianeta, ma anche i valori umani. Spiega l’argomento in riferimento alla COP21 di Parigi e ai problemi socio-politici connessi allo sfruttamento delle risorse della Terra.

Dobbiamo salvare il pianeta o salvare noi stessi?

Ieri ho ordinato attraverso un sito internet un cavalletto per le mie chitarre, che è stato spedito dalla Gran Bretagna e nel giro di pochi giorni arriverà a casa mia. Il tutto senza necessità che io mi alzassi dalla sedia. Questo è un esempio della globalizzazione, un termine che indica un processo attraverso il quale mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più interdipendenti e interconnessi, in virtù dello scambio di beni e servizi e del movimento di capitale e tecnologia. Insomma, oggi abitiamo in un villaggio globale: siamo connessi con tutto il mondo e la distanza è quella di pochi clic. Come può un fenomeno del genere risultare negativo?

La globalizzazione trova le sue origini nella società di massa, ovvero la società in cui l’individuo tende a scomparire a favore di gruppi più grandi (masse), che iniziò a svilupparsi verso la fine del 1800 e l’inizio del 1900 e trova la massima espressione durante la terza rivoluzione industriale; tuttavia, il termine globalizzazione nasce negli anni ’90. La globalizzazione oggi è spesso usata come sinonimo di consumismo, seppur non indichino propriamente la stessa cosa: con consumismo si intende un acquisto indiscriminato da parte della massa di beni di consumo allo scopo di allargare continuamente la produzione; insomma, una società “usa e getta”. Nonostante ciò, consumismo e globalizzazione sono strettamente collegati: la semplicità con cui oggi posso comprare un cavalletto per le mie chitarre stando comodamente seduto davanti al computer è uno stimolo all’acquisto; a questo si aggiungono tutta una serie di fattori attentamente studiati dalle multinazionali che propongono i prodotti, in primis la pubblicità, esplicita ed implicita: la pubblicità esplicita è quella che vediamo tutti i giorni in TV, a cui ormai abbiamo fatto il callo, ma quella implicita è forse anche più subdola, perché è nascosta: ad esempio, molte persone sono convinte che avere l’ultimo modello di iPhone equivalga a dimostrare di essere assolutamente benestanti, e quindi spesso si trovano persone che si lamentano di non avere abbastanza soldi per pagare le bollette a fine mese, però riescono a spendere 800 euro per avere l’ultimo modello di iPhone appena uscito, solo perché sono convinte non di comprare un smartphone di cui necessitano veramente ma di acquisire così lo status sociale che “avere l’iPhone” comporta. Quando gli amici di questa persona verranno a contatto con questo pensiero, anch’essi probabilmente saranno contagiati e vorranno dimostrare la propria abbienza acquistando un iPhone. Inoltre, a parte questi condizionamenti psicologici, esistono alcune tecniche scorrette di marketing, come ad esempio l’obsolescenza programmata o pianificata, che consente nel creare prodotti con un ciclo vitale ristretto, che si rompono prima e quindi costringono il possessore ad acquistare un nuovo prodotto. Seppure queste tecniche vengano criticate da molti anni, talvolta capita di sentire di qualche azienda citata in giudizio per presunto uso di obsolescenza programmata: la stessa Apple, anni fa, era stata citata in giudizio per vita delle batterie di un suo prodotto, che si riteneva avessero un ciclo vitale volutamente corto.
Tuttavia, la globalizzazione non ha solo risvolti negativi: l’interconnessione del mondo permette anche ai paesi in via di sviluppo di ricavarsi un posto nel mercato internazionale, aumentando la competitività e, da un certo punto di vista, aumenta anche la sicurezza mondiale: è praticamente impossibile, per paesi che dipendono l’uno dall’altro, attaccarsi a vicenda, dato che questo causerebbe una crisi economica ad entrambi.

Tuttavia, alle cosiddette aziende multinazionali interessa solo trarre il maggior profitto possibile da questo fenomeno. Queste multinazionali, gigantesche aziende che operano in più nazioni e spesso più continenti, sembrano quindi essere il polo catodico della globalizzazione e del consumismo. Queste aziende sono le più grandi e importanti del mondo, marchi che si vedono ogni giorno come Microsoft, Google, McDonald’s, Honda, Nike: queste aziende spesso hanno la sede in un paese, di solito USA o paesi europei, mentre gli impianti di produzione sono localizzati in un’altra parte del mondo. Ed è qui che nasce il primo e principale problema della globalizzazione, causa di molti altri: essendo la produzione costosa nei paesi occidentali (uno smartphone che oggi paghiamo 200 euro, se fosse costruito interamente negli USA, costerebbe minimo 2000 euro!) per via dell’alto costo della manodopera e delle obbligazioni da parte della legge e visto che, grazie alla globalizzazione, commerci e trasporti sono diventanti estremamente veloci, queste aziende spostano gli impianti produttivi in paesi in via di sviluppo, spesso della zona orientale, come Cina, Taiwan, Bangladesh in cui la manodopera ha un costo ridottissimo e lavora con ritmi impensabili per noi occidentali (bambini che lavorano 12 ore al giorno!) e in cui la legge prevede un controllo pressoché nullo su rifiuti industriali e inquinamento. Ad esempio, la Cina da sola produce più emissioni di CO2 (anidride carbonica) di tutti gli USA e Unione Europea insieme. L’inquinamento è duplice: ambientale e morale. Se di inquinamento ambientale si parla sempre, di quello morale mai: eppure, utilizziamo tutti computer costruiti da Foxconn, la più grande azienda del mondo costruttrice di chip, con sede in Taiwan e impianti di produzione localizzati principalmente in Cina, che conta circa un milione e mezzo di dipendenti; questa azienda è tristemente famosa perché i dipendenti, sottoposti a turni di lavoro massacranti, spesso vanno incontro al suicidio lanciandosi dagli altissimi tetti delle fabbriche in cui lavorano. Noi tutti, quindi, stiamo usando strumenti che sono costati la vita a persone, che essendo però distantissime nello spazio non riescono a cogliere la nostra attenzione e semplicemente ce ne freghiamo mentre i media tacciono.

Per quanto riguarda l’inquinamento ambientale, il problema principale riguarda il cosiddetto global warming (surriscaldamento globale), causato da due fenomeni: il primo è il buco nell’ozono, che riguarda il progressivo deterioramento della ozonosfera, uno strato dell’atmosfera terrestre che serve come riflettente per i dannosi raggi UV i quali, attraverso questo buco, riescono a raggiungere la Terra e addirittura a restarvi intrappolati a causa del secondo fenomeno, l’effetto serra, che indica la creazione di una sorta di “specchio” al contrario che non permette ai raggi dannosi di uscire una volta colpita la terra, ma invece restano intrappolati continuando a danneggiarci. Dalla seconda metà degli anni 80 in poi, gli esperti prima e anche l’opinione pubblica dopo sono diventanti gradualmente coscienti della gravità della situazione, causa di fenomeni come lo scioglimento dei ghiacciai, la perdita di biodiversità e l’innalzamento della temperatura media globale, e hanno tentato numerose strade per porre rimedio al problema. Il primo tentativo fu l’United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), del 1992, una convenzione fatta dall’ONU e firmata da quasi 200 stati (detti “parti”) che era principalmente teorica e che verrà estesa e ampliata dal più famoso Protocollo di Kyoto del 1997, che introdurrà alcuni obiettivi pratici come l’obbligo di operare una riduzione delle emissioni di gas serra di un minimo del 5% nel periodo 2008-2012. Tuttavia, il Protocollo sostanzialmente fallì, per vari motivi: il più grande produttore di gas serra nel periodo di ratificazione del protocollo, gli USA, si rifiutarono di ratificarlo; i paesi in via di sviluppo, come Cina e India, non erano tenuti a ridurre le emissioni in quanto, appunto, paesi in via di sviluppo; insomma, con l’obiettivo di ridurre le emissioni nel 5%, nel 2012 ci siamo ritrovati con un aumento del 58% rispetto all’anno di ratificazione del Protocollo. Le parti firmatarie delle due convenzioni precedentemente citate si riuniscono annualmente nella COP (Conference of Parties); l’ultima riunione, la COP21 avvenuta a Dicembre 2015, si è conclusa con la creazione dell’Accordo di Parigi, che dovrà entrare in vigore il 22 Aprile 2016 e che prevede la riduzione delle emissioni di gas serra del 55% e l’innalzamento della temperatura globale di non oltre 1.5° entro il 2020. È più corretto dire che si tenta di ridurre le emissioni, dato che l’Accordo non è vincolante: se non verrà firmato da almeno 55 paesi, non entrerà in vigore; un Paese può rifiutarsi di ratificare l’Accordo senza subire alcun tipo di sanzione; se un Paese ratifica l’Accordo e non lo rispetta, non subirà alcun tipo di sanzione; insomma, nessun obbligo, nessuna penale, proprio come il Protocollo di Kyoto.

Intanto, circa il 98% dei climatologi afferma che il surriscaldamento globale è un problema estremamente grave e non viene preso sufficientemente in considerazione, e moltissimi movimenti ambientalisti affermano che dobbiamo “Salvare il pianeta e la natura”. Ma la verità è che noi non dobbiamo salvare il pianeta e la natura, dobbiamo salvare noi stessi; come diceva il grandissimo comico americano George Carlin: “Il pianeta sta benissimo, sono le persone ad essere fregate”. Ormai sappiamo che l’effetto serra è dannoso, che la plastica non è biodegradabile, che vivere in un ambiente inquinato riduce le nostre aspettative di vita, ma il pianeta Terra non se ne andrà da nessuna parte: siamo noi che ce ne andremo se non attueremo delle soluzioni pratiche al problema. È vero che i raggi UV che passano attraverso il buco dell’ozono ci causano tutta una serie di patologie come tumori, cancro e via dicendo; tuttavia, se dovessimo davvero scomparire a causa di questi raggi, probabilmente altre forme di vita resistenti come scorpioni e formiche potrebbero diventare i padroni della Terra dopo la nostra dipartita: la vita non terminerebbe, il genere umano sì. Questo pianeta verde e blu è qui da 4.500.000.000 di anni, noi invece da poche centinaia di migliaia e ci occupiamo di industria pesante e inquinante da solo 200 anni: la Terra ha subito bombardamenti cosmici, glaciazioni, inversioni magnetiche dei poli, tempeste solari, terremoti, eruzioni continue e nonostante tutto ciò la vita si è comunque creata dal caos e dal nulla; siamo davvero così presuntuosi da essere convinti di essere essenziali al pianeta?

Concludendo, voglio ribadire affermando come la globalizzazione potrebbe essere portatrice di un benessere globale e diffuso e invece, a causa degli interessi delle multinazionali e del menefreghismo generale, è vettore di squilibri socio-politici, digital divide, povertà e addirittura inquinamento che mette a rischio la sopravvivenza degli esseri umani; il tutto affinché io possa comprare il cavalletto per le mie chitarre da casa. Credo che l’unica soluzione sia possibile solo attraverso ciò che ha reso la globalizzazione possibile, cioè la massa: se tutta l’opinione pubblica si schierasse veramente, non solo attraverso qualche post su Facebook, contro le multinazionali che non rispettano l’Uomo, forse la situazione cambierebbe.

 

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Quando i ragazzi ragionano sulla prima rivoluzione industriale

Practical men: l’innovazione tecnologica al servizio del factory system

di Cappellazzo-Nardean-Chinellato 4^A

Se non è stata la scienza il motore di ricerca delle nuove tecnologie nel 1700 cosa è stato?

Sarebbe sbagliato pensare alle innovazioni tecnologiche della rivoluzione industriale come una diretta conseguenza della rivoluzione scientifica del XVII secolo. Non è scontato, infatti, che scienza e tecnica convergano su medesimi obiettivi. Da un lato i tecnici, uomini magari privi di cultura, capaci di individuare soluzioni pratiche in grado di migliorare la vita dell’uomo; dall’altro scienziati e filosofi dediti a speculazioni teoriche che non cercavano un risvolto pratico in quello che studiavano.

Mentre la scienza è ricerca delle leggi dei fenomeni e spiegazione delle casualità, la tecnica, almeno ai primi stadi, cerca di costruire, di articolare un meccanismo in grado di risolvere un’operazione, di cui scopi e finalità sono ben definiti. Schematizzando al massimo, si potrebbe dire che la scienza è la ricerca del perché, mentre la tecnica è la ricerca del come.

Le cause della rivoluzione industriale furono l’aumento demografico, la trasformazione del settore agricolo e l’urbanizzazione, la disponibilità di materie prime, la capacità di organizzare efficacemente sforzi (parcellizzazione del lavoro di Adam Smith) e risorse accumulate, l’espansione delle rotte commerciali grazie al nuovo grande impero commerciale, ma soprattutto la disponibilità della classe dominante ad assecondare e guidare l’innovazione e la disponibilità degli intellettuali ad applicare le loro conoscenze alla soluzione di problemi pratici.

Il dato saliente della rivoluzione industriale consiste nell’introduzione del sistema di fabbrica. A partire dall’industria tessile, la concentrazione del lavoro e delle macchine in un unico edificio, la suddivisione del lavoro e il controllo sui suoi orari e sui suoi ritmi da parte del proprietario capitalista si sostituirono progressivamente ai preesistenti modelli organizzativi protoindustriali, largamente legati al lavoro a domicilio e alla compresenza di attività agricole e industriali. L’avvento del factory system determinò la fine della centralità della famiglia come luogo di organizzazione e di divisione del lavoro e la separazione sempre più netta del lavoratore, divenuto salariato e proletario, dal controllo del processo produttivo e dei prodotti del lavoro; in contrapposizione ai lavoratori salariati si affermarono così la proprietà privata del capitale e dei mezzi di produzione e, all’insegna della logica del profitto individuale, la figura del moderno capitalista industriale.

Quindi possiamo riassumere che il vero motore della rivoluzione industriale non fu l’innovazione tecnologica ma la logica del profitto. Con la rivoluzione industriale si introduce la mentalità capitalistica, ovvero un nuovo sistema organizzativo e amministrativo, figlio delle teorie di Smith e della utilitarismo di Bentham, con cui la nuova classe di imprenditori inglesi traeva vantaggio dal contesto politico, economico e tecnologico del XVIII secolo.

Tuttavia la logica capitalistica era sostenuta da un sistema economico e sociale forte e dinamico, ma soprattutto da una nuova classe di lavoratori: i tecnici.
“Le migliorie apportate alle macchine si dovettero a dei ‘practical men’ dato che i filosofi sembravano considerare le macchine poco degne delle loro attenzioni “ (Dickinson).
I practical men erano uomini inseriti nel contesto lavorativo frenetico della factory e della forma mentis della produttività.
I tecnici non erano scienziati, lavoravano per gli imprenditori e il loro compito era quello di risolvere in maniera economica ed efficiente i problemi (strozzature) che si presentavano nel lavoro in fabbrica, introducendo nuovi macchinari.
“L’ondata di innovazioni tecniche hanno a loro volta contribuito all’innovazione dei progressi, svolgendo un ruolo che si potrebbe definire ‘risolutore di strozzature’, cioè sopprimendo gli ostacoli che si opponevano a una rapida progressione del settore“, come afferma l’economista belga Paul Bairoch.
Il lavoro degli inventori si deve soprattutto alla diffusione del sapere avvenuta nel XVII secolo: senza l’enciclopedia di Diderot, la riforma delle scuole, la diffusione del sapere promulgata dagli illuministi, non ci sarebbero mai stati uomini pratici e innovatori, con le conoscenze tecniche adeguate per creare le prime macchine a vapore.
L’esigenza di rinnovamento espressa dalla società del XVIII secolo si era tradotta sotto l’influenza della cultura illuministica nell’esigenza e nel desiderio di espandere il metodo scientifico di Galileo e di Newton in ogni campo del sapere per giungere a soluzioni pratiche e immediate per la società.

Ma chi uscì vittorioso dalla rivoluzione non furono i tecnici, bensì gli imprenditori.
Gli imprenditori erano nuova classe di uomini dinamici e figli della borghesia inglese presente in parlamento (whigs) capace di trarre il massimo vantaggio dalle innovazioni tecnologiche per incrementare il loro patrimonio.
Gli imprenditori inglesi diedero il via a questo processo attraverso la disponibilità di capitali e una classe politica che rappresentava i loro interessi.
Per espandersi in Europa e nel mondo, questo processo necessitò di un sistema bancario con cui lo Stato incentivava e tutelava gli interessi degli imprenditori.
Per questo motivo la rivoluzione industriale mise radice soprattutto negli Stati Uniti e in Olanda, grazie al sistema finanziario stabile e alla Borsa valori che aveva già consolidato la sua posizione durante l’espansione commerciale del XV e XVI secolo.

Come la tecnologia influenza la politica nella rivoluzione industriale? Differenze tra Inghilterra e Italia-  

di Brenko-Campardo-Vettor 4^A
Nella seconda metà del Settecento, l’Inghilterra fu caratterizzata da uno straordinario dinamismo nel quale la borghesia regnò protagonista a discapito di una nobiltà sempre meno influente politicamente. L’Inghilterra industriale di fine Settecento diventò modello di riferimento per il mondo: l’impulso borghese rappresentò il vero motore della rivoluzione industriale, capace di accogliere e sviluppare le nuove tecnologie. L’industria tessile sviluppatasi grazie al filatoio di Arkwright, la nascita del nodo siderurgico e la macchina a vapore di James Watt furono i veri protagonisti della rivoluzione industriale. Lo sviluppo economico portò a una frattura sociale tra proletari e imprenditori, aumentando il divario sociale. Mentre l’imprenditore si arricchiva, tra i proletari iniziava a diffondersi un’esigenza di giustizia: lo status sociale in cui pochi decidevano su molti comportò la nascita del desiderio di migliorare le pessime condizioni di vita e di creare un sistema lavoro più giusto. La rivoluzione tecnologica però non venne accolta da tutti dato che la diffusione della rivoluzione fu ostacolata negli Stati che avevano un sistema politico arretrato, su modello dell’antico regime e la nobiltà, ancora potente, vedeva nelle nuove tecnologie una minaccia contro i loro interessi economici e politici. Gli Stati reagirono diversamente ai cambiamenti tecnologici: Germania e Francia furono le prime nazioni a rinnovarsi già dall’inizio dell’Ottocento; mentre paesi come Italia e Russia dovettero aspettare l’inizio del Novecento. Analizziamo ora la situazione italiana: il processo di industrializzazione fu tardivo a causa dell’assenza del ceto borghese nella direzione politica e della presenza della nobiltà nei governi. L’Italia preindustriale era controllata politicamente da potenze straniere e si presentava ostile al rinnovamento. Nel Regno delle due Sicilie, il gruppo dirigente era tuttavia curioso delle scoperte scientifiche e dei vantaggi che ne poteva trarre: Napoli fu la prima città italiana dotata di illuminazione pubblica a gas. L’Italia non subì una vera industrializzazione nell’affidarsi a investimenti stranieri, come nel caso della ferrovia napoletana introdotta dai Bayard nel 1836: i beni industriali venivano importati dall’Inghilterra. L’arrivo della ferrovia in Italia fu visto come un segnale di attenzione verso la tecnologia e verso il modello politico inglese, molto diverso da quello italiano. Ai governi italiani si poneva la questione se accogliere la rivoluzione in modo passivo, aspettando che i risvolti industriali si diffondessero col tempo, oppure rompere definitivamente con il vecchio sistema economico e investire sulle nuove tecnologie. La risposta a questa domanda è alla base del Risorgimento. In uno Stato ideale, come l’Inghilterra, dove il ceto imprenditoriale aveva l’opportunità di sostenere i suoi interessi in Parlamento, ci fu uno sviluppo tecnologico sempre maggiore che ne aumentò il peso politico.

TAKE-OFF E RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

di Bianco Maya, Fedato Laura, Gasparotto Alberto, Mariuzzo Stefano e Pillon Enrico-4^A
Il takeoff (decollo) può essere definito in due modi: il primo riguarda il periodo nella vita di
un’economia in cui, al tempo stesso, uno o più settori industriali moderni incominciano a
determinare non soltanto nuove funzioni produttive ma anche effetti che si diffondono su vasta scala; il secondo afferma che, perché si possa avere il takeoff, occorre che un’economia dimostri la capacità di sfruttare gli sviluppi successivi così bene da far emergere nuovi settori guida.
Non si trattò di una fase di crescita economica circoscritta nel tempo, quale l’Europa aveva
conosciuto altre volte, ma di un vero e proprio decollo, che avviò un processo di sviluppo
accompagnato da rilevanti trasformazioni tecnologiche, prima fra tutte l’introduzione su ampia scala di macchinari in sostituzione del lavoro umano.
Rostow afferma nel suo libro “The process of economic growth” che ogni processo di
industrializzazione si può distinguere in varie fasi: una prima di p rerivoluzione
industriale caratterizzata da capitalismo commerciale, una seconda di t akeoff,
una terza di s viluppo sostenuto e, infine, una quarta di maturità.
Secondo Rostow il concetto di rivoluzione è causato dall’esigenza di cambiamenti rapidi e di fondo nella struttura agricola primitiva; infatti si può notare che tra il 1750 e 1850 l’Inghilterra aveva un’alta disponibilità di capitali per l’investimento, assicurata dai profitti commerciali e dalle eccedenze prodotte dell’agricoltura. L’affermazione dell’agricoltura capitalistica fornì alla nascente industria non solo capitali di investimento, ma anche una forza lavoro abbondante e a basso costo. Oltre a questo l’Inghilterra era ricca di risorse naturali come il carbone e il ferro, ma anche materie prime, come il cotone greggio, venivano fornite grazie ai commerci internazionali. Queste risorse divennero realmente disponibili grazie ai miglioramenti introdotti dallo sviluppo tecnologico soprattutto nel settore dei trasporti e delle infrastrutture. La rivoluzione industriale inglese è solitamente associata alle macchine nelle quali l’innovazione tecnologica giocò un ruolo di primo piano nel processo di industrializzazione. Potremmo distinguere questo periodo in tre fasi: la prima (176090) caratterizzata dalla meccanizzazione della filatura del cotone e dall’introduzione di nuovi metodi siderurgici; la seconda fase (dal 1790 al 182030)
in cui si sviluppò la tessitura meccanica e la macchina a vapore; la terza (fino al 1850) fu dominata dalle ferrovie.
A questi fattori economici vanno aggiunti però anche quelli di ordine politico e culturale: un
sistema politico costituzionale,garante delle libertà fondamentali e una classe dirigente,
nobiliare e borghese, orientata all’innovazione e all’imprenditoria costituirono un differenziale decisivo tra l’Inghilterra e il resto d’Europa.
L’Inghilterra ebbe una grande importanza nello stimolare l’industrializzazione europea, infatti, la concorrenza delle industrie inglesi stimolò il rinnovamento tecnologico delle manifatture continentali e indusse i governi a favorire lo sviluppo industriale, diffondendo così la tecnologia britannica su tutto il continente; Landes sosteneva che emulare l’Inghilterra divenne quasi un obbligo politico. Inoltre, lo storico Walt Rostow affermò che il decollo industriale si diffuse prima in Belgio e in Francia (1830/60), poi in Germania (1850/70) ed infine in Russia e in Italia (1800/1900).
I fattori che contribuirono ad aprire un periodo di decollo sono: la popolazione, l’agricoltura, la tecnica, la formazione di capitali e il commercio estero.
Ogni paese diede origine a differenti modelli di sviluppo a seconda delle diverse condizioni di partenza, inoltre più l’industrializzazione fu tardiva e più si allontanava dal modello inglese.
È importante sottolineare anche il fatto che più il livello tecnologico e il divario fra paesi
sviluppati e quelli sottosviluppati è alto e più è difficile uscire da questa condizione di
sottosviluppo.
Per favorire l’industrializzazione era necessaria la disponibilità di forti investimenti provenienti, non solo da un singolo imprenditore, ma anche dalle banche e dallo stato.
Oltre alla rivoluzione industriale ci fu una rivoluzione anche in campo finanziario: alla banca di vecchio tipo si affiancò la banca di investimento, ovvero una società che raccoglieva capitali dai risparmiatori e li utilizzava in crediti a medio e lungo termine per investimenti industriali.

Rivoluzione industriale:Centro e periferia
Di Loparco, Barbaran, Franzin, Menengon, Vinello, Andrici 4^A
Durante la fine del XVIII secolo ebbe origine in Inghilterra un processo di
industrializzazione chiamato rivoluzione industriale, che vide l’affermarsi
nelle città del sistema di fabbrica e la conseguente formazione dei centri
e periferie di carattere economicosociale.
I fattori responsabili di questo fenomeno furono molteplici. Innanzitutto
erano già presenti in Inghilterra segni di protoindustrializzazione
(domesticsystem)
e di conduzione precapitalistica di aziende
(enclosures), che contribuirono a formare una mentalità favorevole
all’avanzata del capitalismo, i quali vennero poi sostituiti dall’industria.
Altri fattori responsabili furono l’alta presenza di un ceto medio ricco, la
politica governativa favorevole allo sviluppo economico, la disponibilità
nel sottosuolo e nelle colonie di materie prime e la presenza di fiumi che
ne facilitavano il trasporto. A causa del miglioramento degli strumenti
agricoli (che facilitavano il lavoro nei campi ed aumentavano la
produzione) e della crescente richiesta di manodopera nelle fabbriche,
che sorgevano nelle prossimità dei centri urbani, si vide un aumento
demografico delle città causato dall’esodo dei contadini disoccupati dalle
campagne. Un altro fattore responsabile della diffusione del sistema di
fabbrica fu il basso, o quasi nullo, livello di specializzazione richiesto agli
operai, che erano costretti alla continua ripetizione di semplici
movimenti. I brevi tempi di produzione consentivano insieme ai bassi
costi di produzione di avere enormi profitti. Questo era una conseguenza
del pagamento coatto ricevuto dagli operai, ovvero essi venivano pagati
in base alla quantità di beni prodotti e non in base alle ore lavorative, le
quali superavano spesso le 12 ore giornaliere. A tutti questi aspetti
negativi si affiancò la facilità nel licenziare, per un qualsiasi motivo, un
operaio dal momento che non erano ancora presenti i sindacati. Essi
venivano chiamati proletari perché il loro unico bene era la prole, cioè i
figli.
Da questi presupposti si generò il movimento luddista, movimento di
protesta operaia, sviluppatosi all’ inizio del XIX secolo in Inghilterra e
sosteneva che le macchine fossero la causa di tutti i mali, e quindi
dovevano essere distrutte.
Venne quindi tentato il sabotaggio della produzione industriale
inizialmente come segno di protesta ma poi come un movimento
insurrezionale guidato da Ned Ludd, da cui deriva il nome del
movimento. Il governo però appoggiava gli imprenditori e cercò di
soffocare queste rivolte.
Rioux affermava che grazie alle macchine il lavoro degli operai era
parcellizzato e sfruttato appieno e che esse non avevano sostituito
nettamente le botteghe degli artigiani, almeno inizialmente, egli vede
nella suddivisione delle responsabilità e nel risparmio privato due aspetti
molto importanti e producenti.
Invece Guarracino affermava che solo i borghesi godevano dei benefici
dell’industrializzazione, mentre gli operai erano diventati delle merci
e percepivano un salario misero a causa dell’enorme domanda che
saturava il mercato del lavoro.
Nella città quindi viene a formarsi una netta divisione tra centro, dove i
ricchi borghesi vivevano nel benessere,e la periferia della città, dove
sorgevano le fabbriche e dove vivevano gli operai, luogo di degrado
dove proliferavano criminalità e delinquenza.
In seguito all’Inghilterra nell’Ottocento, cominciarono il processo di
industrializzazione anche regioni dell’ Europa centrale, che
comprendevano una zona tra Francia , Germania e Italia settentrionale.
Nei secoli successivi da queste zone si diffusero fabbriche fino alla
periferia dell’ Europa. Le diverse condizioni di partenza videro certi paesi
adottare politiche di protezionismo economico. Inoltre la banca ebbe un
ruolo fondamentale soprattutto nella “seconda industrializzazione”
elargendo prestiti a lungo termine.Il tutto si tradusse in una complessiva
crescita economica europea.
La supremazia marittima e militare in Europa fu un fattore importante
dell’ espansione coloniale. Le potenze europee hanno imposto un
liberalismo economico che fu responsabile della distruzione di forme di
economie primitive, causando un processo di disindustrializzazione,
vietando o limitando l’ industrializzazione alle colonie.
Al contrario di ciò che si pensa, le colonie non furono necessarie o
perlomeno di significativa importanza nello sviluppo occidentale ma è
vero che l’ Occidente è responsabile del sottosviluppo del Terzo Mondo.
E’ importante inoltre non confondere il significato di sottosviluppo,
ovvero lo sviluppo in senso negativo delle condizioni socioeconomiche
con nonsviluppo
che significa l’assenza di sviluppo. Dopo aver ottenuto
l’ indipendenza nella metà del Novecento, le colonie, in presenza di
ostacoli come quello demografico, quello tecnologico e gli alti costi degli
investimenti, furono costrette a chiedere aiuto al mondo sviluppato,
originando una nuova subordinazione chiamata “neocolonialismo” e
alimentando un debito ormai insostenibile.
Bairoch affermò che i livelli di disuguaglianza delle società tradizionali
non erano molto rilevanti ma sono aumentati in misura proporzionale allo
sviluppo occidentale.

 

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I PENSIERI DEI TITANI

Collage di Piera Isgrò

Foscolo-Epistolario (1815, dopo il rientro degli austriaci a Milano) Tradirei la nobiltà , incontaminata fino ad ora, del mio carattere col giurare cose che non potrei ottenere e con vendermi a qualunque governo. Io per me mi sono inteso di servire l’Italia, né, come scrittore , ho voluto parer partigiano …di qualunque altra nazione…io professo letteratura, che è arte liberalissima e indipendente…

Alfieri-Vita- 1778-Io dunque prescelsi di essere autore. E, nemicissimo com’io era d’ogni sotterfugio ed indugio, presi per disvassallarmi la più corta e la più piana via, di fare una …donazione… d’ogni mio stabile…al mio erede naturale, che era la mia sorella Giulia…contentone di comprare con essa l’indipendenza della mia opinione…la libertà dello scrivere.(da Del principe e delle lettere-1789- …scrivere…alto, veridico, libero e interamente sciolto da ogni secondo meschino fine…professare sempre e dire con energia la verità)

Foscolo- Orazione sull’origine e i limiti della giustizia-1809-Lascio ai savi di dire che l’onnipotenza e sapienza di Dio deve aver ordinato una giustizia universale, eterna, assoluta tra gli uomini…

Alfieri- Della tirannide -1777-…un tal uomo, per primo fondamentale precetto star sempre lontano dal tiranno, da’ suoi satelliti, dagli infami suoi onori…ricerchi…non tanto la propria sicurezza, quanto la intera stima di se medesimo e la purità della propria fama…
Caspar David Friedric-Il viandante sul mare di nebbia-1817

Foscolo-Epistolario -1808…non oblierò mai che nacqui da madre greca…Percorrendo la terra, cercai indarno tra popoli dotti e ingentiliti l’amore ostinato del suolo natìo, l’antica ospitalità, la riverenza alla vecchiaia, la pietà materna e le altre schiette e fiere virtù che risplendono tra la barbarie, le superstizioni, il servaggio e le tenebre della Grecia moderna.

Alfieri- Satire-1786-97 Avvocati, e Mercanti, e Scribi. E tutti/ voi, che appellarvi osate il Ceto –medio,/ proverò siete il Ceto de’ più Brutti./…definisco l’uom dal di lui scopo./ Certo è, che il vostro è di camparvi l’anno/ e d’impinguarvi inoltre a più non posso…/

Foscolo-Epistolario -1814– …tutte le cose politiche insomma mi sono venute a noja…io ho fatte molte preghiere di lasciarmi vivere in pace quand’anche tutto l’Universo voglia morirsene in guerra…(da Ultime lettere di Jacopo Ortis-1802-Il sacrificio della patria è consumato:tutto è perduto) ( da Scritti letterari e politici-1797-Cittadini! –fra i schiavi e i tiranni vantai la Libertà: martire della Democrazia, abbandonando Venezia, corsi a cercarla nel seno della Romagna già libera) (da Ultime lettere di Jacopo Ortis-1802-…ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito?)
Eugène Delacroix-La libertà che guida il popolo 1830

 

Alfieri-Del Principe e delle lettere 1789– E questo impulso, un bollore di cuore e di mente, per cui non si trova mai pace, né loco; una sete insaziabile di ben fare e di gloria; un reputar sempre nulla il già fatto, e tutto il da farsi, senza però mai dal proposito rimuoversi; una infiammata e risoluta voglia e necessità, o di esser primo fra gli ottimi , o di non esser nulla…
William Turner

Risultati immagini per turner immagini

Foscolo-…(da Ultime lettere di Jacopo Ortis-1802– …aspetto tranquillamente la prigione e la morte…

Alfieri- Rime 1778 – Bieca, o Morte, minacci? E in atto orrenda/ l’adunca falce a me brandisci innante?/Vibrala , su: me non vedrai tremante…/Nascer, sì, nascer chiamo aspra vicenda,/ …Morte, a troncar l’obbrobriosa vita, / che in ceppi io traggo…/ sottrammi ai re…/

Saul 1782 (Alfieri) Eccoti solo, o re; non un ti resta/ dei tanti amici, o servi tuoi.-Sei paga,/d’inesorabil Dio terribil ira?-/ Ma , tu mi resti, o brando: all’ultim’uopo/ fido ministro, or vieni.-Ecco già gli urli/ dell’insolente vincitor: sul ciglio/ già lor fiaccole ardenti balenarmi/veggo, e le spade a mille…-Empia Filiste,/ me troverai, ma almen da re, qui…morto.-

Mirra 1784-86( Alfieri) Oh dura,/ fera orribil minaccia!…Or , nel mio estremo/ sospir, che già si appressa,…alle tante altre…/ furie mie aggiungessi/ al genitor?…Da te morire io lungi?…/
Oh madre mia felice!…almen concesso/a lei sarà…di morire…al tuo fianco…/Oh cielo! / Che dissi mai?…Me misera!…Ove sono?/ Ove mi ascondo?…Ove morir?…Ma il brando/ tuo mi varrà…

Albert (Goethe. Da I dolori del giovane Werther- 1774)…Ehi!…che cosa ti prende?…non si fa…

Werther (Goethe. Da I dolori del giovane Werther- 1774)…Chissà mai perché…voialtri uomini quando parlate di una cosa dovete subito dire: “ Questo è pazzesco, questo è saggio, questo è bene, questo è male!” Ma che cosa vuol dire? Forse che con ciò avete esplorato gli intimi moventi di un’azione?

Albert- …un uomo trascinato dalle passioni perde ogni facoltà di giudizio e viene considerato come un ubriaco, un pazzo…

Werther– …oh, uomini ragionevoli!…Voi ve ne state lì, così tranquilli, così distaccati, voi persone per bene e costumate. ..Vergognatevi…

Albert– …tu esageri ogni cosa e qui almeno hai certamente torto, paragonando il suicidio , di cui stavamo parlando, ai grandi gesti, mentre non si può considerarlo altro che una debolezza. E’ senza dubbio più facile morire che sopportare con coraggio una vita di tormenti.

Foscolo-Principi di critica poetica 1823 -Il mondo in cui viviamo ci affatica, ci affligge e quel che è peggio, ci annoia; però la poesia crea per noi oggetti e mondi diversi. E se imitasse fedelissimamente le cose esistenti e il mondo qual è , cesserebbe d’esser poesia, perché ci porrebbe davanti agli occhi la fredda, trista, monotona realtà….esiste nel mondo una universale secreta armonia, che l’uomo anela a ritrovare come necessaria a ristorare le fatiche e i doloridella sua eistenza…Il potere universale della musica è prova evidente della necessità che noi sentiamo dell’armonia.

 

 

 

Alfieri- Epistolario 1776-
Il primo pregio dell’uomo è il sentire; e le scienze insegnano a non sentire…l’uomo vive d’amore, l’amore lo fa Dio; che Dio chiamo io l’uomo vivissimamente sentente…

Foscolo- Dell’origine e dell’ufficio della letteratura- 1807…Ufficio dunque della arti letterarie dev’essere e di rianimare il sentimento e l’uso delle passioni, e di abbellire le opinioni girevoli alla civile concordia…la fantasia abbellisce…le cose che si sono ammirate e amate…elude le leggi della morte…fa obbliare che la vita fugge affannosa…

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Il segreto di Jimmy (ricucito dalla prof. e realizzato a più mani))

CAPITOLO 1°

Jimmy si guardò allo specchio, decise che da quella mattina nulla sarebbe stato più come prima. “E’ arrivato il momento di agire” pensava, mentre indossava il maglione che gli aveva regalato Barbara.
Si era accorto di quanto fosse impossibile mantenere quello status quo che gli aveva fino ad ora permesso di sopravvivere al mondo esterno. Una vita assoggettata dal pensiero comune, una vita che portava solo a soluzioni temporanee e a fargli accorgere di questo era stato proprio quell’avvenimento che da giorni assillava i suoi pensieri.
Si avvicinò alla finestra, la neve aveva pennellato di bianco i tetti delle case e un tiepido sole intrufolava i suoi raggi nella cameretta del ragazzo, che si avviava a uscire di casa. “Devo assolutamente rincontrarlo” pensava “devo dirglielo al più presto, ma non so dove rintracciarlo”.

Mille pensieri si rincorrevano nella sua mente, dando vita a idee che venivano immediatamente scartate.
Si girò, e si sedette nella sua comoda poltrona, davanti alla scrivania. Il computer era già acceso.
“Devo andare nell’unico posto dove potrei trovare qualche sua notizia”. Pensava il ragazzo e non si accorgeva che il tempo scorreva velocemente. Si dimenticò di guardare l’orologio, che indicava l’approssimarsi del suono della campanella di scuola. “Com’è possibile?” rimuginava ” è la mia fotocopia, è identico a me in ogni dettaglio…tranne uno…è di pelle bianca, mentre io…io ho la pelle nera.” Era sconcertato.

Di corsa si avviò per non perdere la lezione, non poteva rischiare di essere ripreso dalla preside un’altra volta, e soprattutto i compagni non potevano ancora pensare male di lui, il ragazzo che è sempre sulla nuvole, così veniva chiamato, eppure il suo stare sempre con la testa altrove lo rendeva un ragazzo intelligente e pieno di ambizioni ed emozioni.
Così anche durante quella mattina, intervallava l’ascolto e l’immaginazione, gli appunti e il pensiero al ragazzo-fotocopia. “Devo andare nell’unico posto dove potrei trovare qualche sua notizia, ma è troppo rischioso.” Jimmy non vedeva l’ora che suonasse la campanella e sentiva sciogliere nel respiro quella monotonia che assillava i suoi giorni. Qualcosa di speciale, di autentico chiedeva di essere vissuto e gli faceva battere forte il cuore.

Finita quella pesante mattinata, nella strada verso casa trovò Barbara, la sua prima amica dopo il “grande trasloco”. Ora che ci ripensava aveva scorto la sua immagine invertita proprio in quella occasione, che con i suoi occhi aveva guardato tanto profondamente. L’entropia dei pensieri di Jimmy continuava ad aumentare e sperava che l’incontro con la prima amica potesse risolvere l’instabile situazione.
L’incontro con Barbara però non andò come sperato. Lei continuava a rimuginare qualcosa che Jimmy non riusciva a capire. Provó a domandarle il motivo di tale preoccupazione, ma lei con un falso sorriso rispondeva “va tutto bene”. Era chiaro. Stava mentendo. Ma perché? Non si erano sempre confidati tutto? Questo suo fare riempiva la testa a Jimmy di mille domande che gli ronzavano continuamente in testa. Tutto ciò si stava trasformando in un’ossessione.

Mentre Jimmy tornava a casa, quell’impressione che Barbara gli stesse mentendo si faceva sempre più concreta nella sua mente. Jimmy doveva sapere, doveva scoprire di più…
Arrivato a casa, dopo aver mangiato la pasta che sua madre gli aveva preparato, andò in camera e chiuse la porta. Aprì dei libri a caso sulla scrivania e accese il computer. Era pronto: aveva deciso di tornare nel luogo in cui lo aveva visto la prima volta, nel luogo in cui tutto era cominciato…
Aprì la finestra e si calò giù, come aveva già fatto altre volte; la strada verso il vecchio grattacielo abbandonato non era troppo lunga: dopo aver aggirato la stazione degli autobus, poche vie secondarie lo separavano dal vecchio edificio. Jimmy aveva passato spesso il tempo lì, quel posto gli trasmetteva tranquillità ed era perfetto per lui che non amava stare in compagnia…Quando arrivò al giardino però la situazione non era pacifica come al solito… Un ragazzo era riverso a terra supino, aveva la maglia insanguinata ed era ancora agonizzante.
Vicino a lui un altro ragazzo con un coltello la cui lama luccicava di rosso sotto la luce del sole…
Quel ragazzo, in tutto e per tutto simile a Jimmy aveva appena ferito una persona.

CAPITOLO 2°

Un’auto sfrecciava nella notte. I fari illuminavano i cumuli di neve ai bordi della strada di campagna.
Anderson non riusciva a vedere più in là di qualche metro per via della tempesta.
Ad un tratto i fari illuminarono una vettura della polizia. Anderson accelerò e le due vetture si scontrarono violentemente.
L’agente uscì dalla macchina con la torcia in mano e si avvicinò all’auto che l’aveva tamponato.
All’interno Anderson sedeva con gli occhi chiusi.

L’agente aprì la portiera per prestare soccorso all’automobilista ma uno sparò partì dalla pistola che Anderson nascondeva sotto il cappotto nero.
La torcia cadde sull’asfalto innevato e si spense.
Dopo aver indossato la divisa dell’agente, Anderson si mise i guanti di pelle nera e spostò il cadavere senza vestiti nella sua auto.
Mise in moto il motore della vettura della polizia e riprese la sua folle corsa nella tempesta di neve.
Quello stupido ragazzo si era fatto ferire e adesso era ricoverato in ospedale. Sicuramente quell’idiota si sarà fatto rubare la valigetta, pensò Anderson.
Il sicario viaggiava verso la città per raggiungere il giovane complice.
Se dovesse svegliarsi, la polizia lo farà parlare.
Anderson era un killer spietato e freddo. Freddo come quella notte d’inverno.
Avrebbe ritrovato la valigetta. Il ragazzo non avrebbe parlato.

Jimmy intanto raggiungeva il casolare.
Il sole gli abbagliava la vista. così cercava di definire chi potesse essere quella sagoma che si avvicinava. Era esile e il suo movimento trasportava sulle onde del mare…era bellissima! Ma …era proprio lei! Era Barbara…ma che ci faceva lì? Qualcosa di più forte dell’amicizia batteva nel cuore del ragazzo, in quel momento però era arrabbiato con lei, sentiva che gli nascondeva qualcosa di importante e questo lo faceva impazzire. “Scappa via da qui, Jimmy scappa via.” gridò la ragazza. “E dire che avevo pensato che tu mi avresti potuto aiutare a risolvere un grande questione” rispose Jimmy con il fiato in gola e con i pensieri confusi nella testa, che si esprimevano in frasi quasi sgrammaticate. “Adesso non posso… ti spiegherò.” Barbara non ebbe il tempo di concludere il discorso , che una squadra volante della polizia era già sul posto. I due ragazzi si nascosero dentro l’edificio e osservarono come veniva prestato soccorso a quell’uomo agonizzante e come l’altro Jimmy, così lo aveva chiamato Barbara, venisse portato via dalle forze dell’ordine.
“Adesso tu mi spieghi ciò che sai!” Gli occhi scuri di Jimmy incontrarono gli azzurri occhi della ragazza e una battaglia di rabbia e amore gli esplodeva nell’anima.
Ma cosa stava succedendo? Quel rumore assordante della macchina di Anderson lo aveva spaventato. Era giunto all’improvviso ed era come se stesse cercando qualcosa o meglio qualcuno. Vide un gruppo di persone terrorizzate che commentavano l’accaduto , intorno a quella pozza di sangue. “Quello stupido si è fatto ferire” continuava a rimuginare il sicario “la valigetta! Devo recuperare la valigetta!”
In quella insolita situazione Barbara non riusciva a mantenere la concentrazione, forse per l’accaduto o forse per il modo con cui Jimmy le aveva rivolto la parola. Il ragazzo invece continuava a elaborare nella sua mente dei pensieri confusi, aveva già visto quella tetra figura ma non ricordava dove. Quando il gruppo di persone aumentò a causa della sirene e della stampa i due ragazzi riuscirono a tornare nelle loro case inosservati senza proferire parola. Jimmy non poteva trovare aiuto nei genitori perché gli avrebbero proibito di indagare e nemmeno negli amici, perché la sua unica amica probabilmente adesso lo odiava

.Quella sera non la passò a svagarsi come faceva solitamente ma cominciò un’intensa ricerca e dopo ore e ore riuscì a riconoscere quella figura. Quell’uomo cupo e tetro era Anderson Bertinelli, un esponente della mafia che era nella sua città per un processo. Jimmy non riusciva più a pensare, doveva confidarsi con qualcuno. Perché la sua immagine riflessa aveva ferito una persona? Perché un mafioso si interessava di una fatto così poco interessante? Con queste domande Jimmy si coricò nel suo caldo letto.
“Le ho tenuto caldo il caffè, capo”
“Grazie Davis, cosa abbiamo qui?”
Lo sceriffo Moss aveva appena raggiunto il giovane agente Davis nel luogo della segnalazione.
In una strada di campagna erano appostate due auto della polizia e una vettura senza targa. Tutto attorno era un deserto di neve.
Dentro la vettura misteriosa c’era un uomo nudo con un buco nella fronte.
I due agenti cominciarono a fare un sopralluogo del posto. Era evidente che l’auto aveva subito un urto. Perché la vittima era senza vestiti?
“Guardi capo. C’è una torcia per terra. E’ simile a quelle che ci danno in dotazione.
Aspetti un momento… questa è propria la torcia che danno in dotazione agli agenti di polizia.
Può essere che la vittima fosse un agente… Perché qualcuno dovrebbe toglierli l’uniforme dopo averlo ucciso?”
“Per camuffarsi da poliziotto…” rispose l’anziano sceriffo.
“Davis, chiama le centrali di polizia della zona e chiedi se ci sono agenti di cui non si hanno notizie da questa notte…” disse in tono imperativo Moss. “Pare che abbiamo tra le mani un caso importante.”
Il giovane agente entrò nella vettura e cominciò a fare delle telefonate.
Lo sceriffo fissava il vuoto nella grande distesa di neve. Nella sua mente i dubbi peggiori prendevano forma.
Bisogna mettersi sulle tracce di questo misterioso assassino, pensò.

Intanto Anderson travestito da poliziotto si avviava a grandi passi verso l’ospedale del paese.
Doveva recuperare informazioni sulla valigetta, ma soprattutto doveva far tacere per sempre un testimone.
“Ciao Barbara, sono Jimmy.”
La ragazza rispondeva alla telefonata che interrompeva il suo agitato sonno “ciao Jimmy”. Ci fu un lungo silenzio.
“Devo dirti qualcosa, ma non al telefono. Vediamoci!” gli sussurrava la ragazza.
Jimmy non se lo fece dire due volte, aprì la finestra e si calò giù…era quasi diventato un rito.
Il ragazzo respirava la notte, affannato e sudato correva come un matto e in tutta fretta raggiunse l’abitazione di Barbara.
“Adesso devi dirmi tutto.”
“Ieri pomeriggio stavo per raggiungerti a casa. Prima di suonare il campanello, ho intravisto i tuoi genitori in giardino che parlavano sottovoce. Scusami Jimmy, ma…ho origliato. Stavano parlando di quanto, anni fa, hanno fatto quel viaggio in Sud Africa per adottarti. Le disastrate condizioni economiche dei tuoi genitori biologici non hanno permesso loro di crescervi.”
“Di crescerci?” Replicò il ragazzo.
“Sì, tu hai un fratello gemello di pelle bianca, tuo padre aveva la pelle nera…tua madre invece era bianca come la neve. Il loro amore sembrava risanare la dolorosa questione razziale che ferisce quella Terra.”
“A quanto pare, tuo fratello si trova nei guai, non capisco come sia arrivato qui. Forse ha saputo di te…fatto sta che è nei guai!”Jimmy era esterrefatto e inconsciamente, mentre ascoltava Barbara, le stringeva forte le mani.
Intanto Anderson entrava indisturbato in ospedale, agevolato da quella divisa che gli faceva da scudo.
Corse verso l’ospedale. Sicuramente il ragazzo che era stato ferito durante l’incidente poteva sapere qualcosa di più a proposito del suo misterioso fratello.
Anderson entrò in ospedale con indosso l’uniforme della polizia che aveva rimediato la sera prima.
Raggiunse la stanza dove era ricoverato il ragazzo, sorvegliata da un agente.
“Agente White”, disse Anderson fingendo di essere il poliziotto a cui aveva sparato. “Sono qui per dargli il cambio”.
Quando il poliziotto se ne fu andato Anderson entrò nella stanza del paziente e prese un cuscino.
Stava per posarlo sul volto del paziente addormentato per soffocarlo quando una voce lo interruppe. “Mi scusi agente!”. Anderson stropicciò il cuscino e lo posò con delicatezza sotto la testa del paziente. “Mi chiamo Jimmy”, continuò il ragazzo, affannato per la lunga corsa che aveva fatto. Ho assistito all’incidente e vorrei testimoniare…”.
Quando il sicario si girò Jimmy fu colto dal panico. Era lui!
Anderson fu sorpreso nel notare che il ragazzo era identico al suo collega, solo che aveva la pelle scura.
“Non posso esserti d’aiuto ragazzo”. Detto questo, il sicario si incamminò con fare minaccioso verso la soglia della porta della stanza dove si trovava Jimmy. Il ragazzo era pietrificato.
Le dita di Anderson si posarono leggermente sulla maniglia della porta e chiuse delicatamente la porta.
Uscendo di corsa dall’ospedale Jimmy scorse lo sceriffo Moss e un altro agente che si dirigevano di fretta verso l’ospedale. Avrebbe fatto bene a dire alla polizia quello che sapeva?
Nel frattempo Anderson lasciava l’ospedale da una porta di servizio. Respirò a pieni polmoni l’aria gelida dell’inverno. Per il suo prossimo obiettivo si sarebbe dovuto recare alla centrale di polizia dove era detenuto il suo ex complice. L’impiastro sapeva sicuramente dove si trovava la valigetta.
Quel matto di Jimmy aveva deciso di inseguirlo…

CAPITOLO 3°

La sera dell’incidente, Jimmy seguì Anderson per scoprire dove avrebbe passato la notte e il mattino dopo raggiunse il luogo e aspettò che Anderson uscisse, per recarsi alla centrale camuffato da agente.
Anderson si avviava a passo spedito verso la centrale di polizia dove era detenuto il suo ex complice. L’impiastro sapeva sicuramente dove si trovava la valigetta. Era talmente concentrato che non si accorse di Jimmy. Il ragazzo era infatti a distanza di sicurezza per non farsi sgamare dal sicario, ma gli stava attaccato alle costole. La strada da percorrere per arrivare alla centrale di polizia non era lunghissima: in 15 minuti il sicario arrivò davanti alla centrale. Erano le 6 del mattino e in centrale c’era solo un altro agente che dormiva sulla sedia girevole della scrivania. Anderson entrò indisturbato recandosi nell’area delle celle di detenzione e Jimmy lo seguí nascondendosi in una rientranza del muro, coperta da una pianta. Anderson, avvicinatosi alla cella del detenuto, spazientito dell’accaduto, gli chiese : “Cos’è successo?! Dov’è la valigetta Alex?!”.
“Alex…si chiama Alex” pensava Jimmy e non riusciva a staccare gli occhi dal gemello. L’impressionante somiglianza tra lui e il fratello aveva calamitato la sua attenzione e in quell’istante dimenticò che erano le sei del mattino, che i genitori avrebbero potuto accorgersi della sua assenza e che si era messo nei guai.
Il discorso tra Anderson e Alex venne interrotto dall’agente di guardia, svegliato dai rumori. Entrò nella stanza e si avvicinò al sicario, osservò la divisa da poliziotto indossata da quell’uomo tenebroso: “qui non ci sono valigette” esclamò in tono canzonatorio, mentre Anderson lo fissava con i suoi occhi glaciali, gelidi.

Pioveva a dirotto e gocce di pioggia formavano cerchi concentrici nelle pozzanghere illuminate dai lampioni, lungo la via. Jimmy si affacciò alla finestrella antistante al suo nascondiglio, avrebbe dovuto tornare in cameretta in tempo, per non far esplodere una terribile guerra in famiglia, ma rimaneva lì, pietrificato e spaventato.
Più infuriato che mai, Anderson lasciò la centrale di polizia. Alex mentiva. Perché mentiva?! Che motivi aveva di tradirlo?! Anderson continuava a pensare e pensare ma non trovava nulla che potesse giustificare il comportamento del ragazzo…
Jimmy, ancora nascosto, sapeva di dover andare a casa… Ma la voglia di parlare con quel ragazzo così simile a lui…
Stava ancora guardando fuori dalla finestra quando sentì chiamare il suo nome: era Alex! Lo guardava negli occhi… Lo chiamava.. Senza muovere le labbra.. La sua voce rimbombava nella sua testa… “Jimmy” “Jimmy” “Jimmy”…
Il poliziotto seduto sulla scrivania, nell’altra stanza, non si allarmò minimamente: lui non sentiva.
Gli occhi scuri di Alex erano magnetici: Jimmy non riusciva a distaccare lo sguardo… La sua voce rimbombava nella sua testa… “Jimmy” “Jimmy” “Jimmy”…
Jimmy osservava gli occhi del fratello bianco: erano scuri come i suoi…
‘No aspetta…! Sono… ‘ non capiva… Poco a poco la pupilla si allargava fino a sovrastare l’ iride… Continuava ad espandersi.. Ora prendeva tutta la cornea..
Jimmy sentí la porta della centrale di polizia sbattere, distraendosi dagli inquietanti occhi del fratello : doveva andare.
Girò lo sguardo, Alex era disteso sulla brandina che dormiva. Si era immaginato tutto?
Non lo sapeva. Ora doveva pensare a scappare e raggiungere casa sua. L’agente era andato al bagno, facilitando la sua fuga.

La pioggia bagnava la felpa di Jimmy mentre correva verso casa…I genitori di Jimmy ancora dormivano.
L’affannoso respiro del ragazzo rallentava gradualmente il suo ritmo. Esausto si buttò sul letto, ma non riusciva a dimenticare i magnetici occhi del fratello: “sarà telepatia?” pensava ansimante.
Le prime luci dell’alba coloravano la cameretta di un rosa tenue, in quella domenica d’inverno, quando Jimmy piombò in un sonno profondo.
E nessuna principessa lo svegliò .

CAPITOLO 4°

“Jimmy svegliati! Svegliati!”. Era trascorso un anno da quando il ragazzo era piombato in un insolito letargo e adesso non aveva memoria di niente, non capiva dov’era e soprattuto non riconosceva quella donna.
Con gli occhi serrati ed infastiditi dalla forte luce neon che arrivava dal soffitto, Jimmy cercava di ricostruire gli ultimi ricordi. Un tocco gelido sul suo collo non fece altro che accelerare il risveglio. “Si sente il battito” qualcuno esclamò, “è vivo, portate dell’ H2O!”. La luce rendeva difficile l’adattamento degli occhi, e Jimmy iniziò a preoccuparsi, voci e suoni non erano familiari, e nemmeno il letto su cui era sdraiato.
Ma dov’era finito?

Pareti grigie, in lontananza una porta in alluminio chiudeva l’enorme stanza a forma di corridoio, il tetto molto alto, un pavimento plastificato di color verdastro. L’ansia lo assalì, un nodo in gola gli tolse il respiro per qualche secondo. Gli arti erano intorpiditi, poteva essere stato il tempo trascorso, pensò Jimmy. Cercò allora di tirare su il busto aiutandosi con le mani, ma non era semplice comandare il corpo, almeno non come una volta, i movimenti infatti sembravano più definiti ed un odore di metallo arrugginito gli trafiggeva l’olfatto.

Sul comodino c’era una valigetta.

Jimmy si alzò a fatica e aprì la valigia: “Non posso crederci…mio fratello è un robot..un’intelligenza artificiale …ecco perchè le pupille dilatate…”  Un copo di pistola lo colpì e nella nebbia degli occhi sfumava una visione agghiacciante: Anderson e il padre di Jimmy si dirigevano insieme verso di lui.

Il tempo stava rallentando per Jimmy. Vedere il padre, l’uomo che l’ha cresciuto e amato, insieme a quella persona così spregievole e infida toglieva a Jimmy ogni certezza e voglia di vivere.
Ricordi di momenti che non pensava di aver mai vissuto riaffioravano dal profondo della sua mente: il caldo, il sole sudafricano che illuminava la spiaggia dove sorgeva un piccolo villaggio di pescatori, la sua terra natale. Ricordava la sensazione di quella sabbia bianca sulla pelle, dell’acqua trasparente che tanto adorava, ricordava i suoi amici con cui passava le giornate a giocare, ricordava un viso di madre, un amore materno. Ricordava anche la fame, la difficile vita e le prove a cui era sottoposto ogni giorno.
Ricordava l’arrivo di un padre missionario, tale Anderson, che era venuto nel villaggio per portare speranza di una vita migliore, diceva. Anderson… perchè quel nome sembrava improvvisamente così familiare?

I ricordi diventavano sempre più vaghi e cupi.. Fuoco, caldo, tanto caldo, troppo: il ricordo di un’incendio, ma di cosa? Un viaggio, una struttura che rassomigliava ad un ospedale… Camici, molti camici intorno a lui, fantasmi del suo passato.. Quanto tempo era passato? Quando era successo tutto ciò? O, forse, non era mai successo veramente? Era solo un incubo, di quelli che succedono a tutti nella vita?
La vita stava fuggendo via da Jimmy.

“Non posso mollare ora”, pensò. “Non devo”.

“Anderson! Mio figlio non può morire! Non puoi farlo morire!”

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Riflettendo sugli attentati di Parigi…

Gasparotto Alberto, 4^A 3 Dicembre 2015

L’attentato di Parigi…
L’attentato di Parigi ha fatto riflettere tutto il mondo a proposito degli estremismi religiosi dell’ Isis. Questo fatto ha colpito cristiani ed ebrei, islamici e atei tutti allo stesso modo, ha fatto pensare ognuno di noi che tutto questo è una cosa terribile, insensata, ingiusta e poi ci ha lasciato senza altre parole. Ci siamo resi conto, spaventati, che il bersaglio di questi attentati è ognuno di noi perché la colpa che ci viene data è quella di essere liberi, di avere la nostra cultura e di vedere la vita in modo diverso. Se per esempio dopo l’attentato alla sede del giornale Charlie Hebdo alcuni hanno sostenuto che era stato causato da una provocazione, tralasciando il fatto che la libertà di espressione dovrebbe consentirci di scrivere della satira senza recare offesa a nessuno, nel caso di Parigi, la causa è la nostra libertà e tutti ci siamo sentiti minacciati in quanto il bersaglio sono tutte le persone innocenti che come noi vivono la loro vita serenamente.
Ci siamo chiesti come fare per ostacolare questi terroristi, per tornare a sentirci al sicuro. Il problema più grande è che siamo abituati a pensare ad una guerra come lo schieramento di stati uno contro l’altro ma in questo caso non è possibile agire in questo modo. Abbiamo scoperto che i terroristi sono tra di noi e agiscono senza preavviso, riescono a tenere dentro di loro questi pensieri disumani fino all’ultimo momento prima del massacro. Questa nuova lotta contro il terrorismo va quindi combattuta diversamente. E’ una guerra di intelligence che punta a intercettare i messaggi utilizzati per organizzare queste stragi; si cerca di tenere sotto controllo tutte quelle persone che hanno, in precedenza, dimostrato di approvare ideali estremisti. Tutto ciò è molto difficile e appunto per questa motivazione molti giornalisti e opinionisti sostengono che dovremmo rinunciare momentaneamente alla nostra privacy (sul web) per facilitare le operazioni di spionaggio e intercettazione. Un altro argomento di discussione è l’aumento dei controlli alle frontiere, da molti considerati inutili in quanto spesso i terroristi si trovano già tra di noi e non hanno bisogno di spostarsi in Occidente perché ci vivono (e a volte ci sono nati).
Le azioni militari, iniziate dagli stati colpiti in prima persona, hanno creato un clima abbastanza teso e dopo l’abbattimento del caccia russo da parte della Turchia la tensione è salita alle stelle; una collaborazione militare tra tutti gli stati sembra difficile considerando le posizioni diverse e particolari di ogni nazione; nonostante questo si cerca di stare uniti senza perdere la calma e il controllo della situazione. Come possiamo fare allora per sfuggire a tragedie del genere? Dovremmo imparare il Corano? Emigrare dalle città a rischio che simboleggiano la nostra libertà? Oppure tutto questo significherebbe cedere al loro volere? Sicuramente se riuscissimo ad impedire che queste idee vengano inculcate e diffuse saremmo già a buon punto. I terroristi, infatti, agiscono secondo degli ideali che sono innaturali ma, paradossalmente, il cervello umano è capace di arrivare al punto di ritenere giusti questi pensieri estremisti. Ci sentiamo male sapendo che un uomo come noi è capace di uccidere senza pietà. Può sembrare strano ma la mancanza di istruzione, l’ignoranza dell’esistenza di pensieri diversi e di popoli diversi fanno sì che un individuo possa facilmente essere influenzato e manipolato per scopi ignobili come il terrorismo. Oltre a questo però per riuscire ad agire con freddezza i terroristi vengono drogati prima di uccidere. Una delle droghe utilizzate è il captagon che inibisce il senso di paura e di fatica rendendo quindi chi lo assume iperattivo. Molti esperti sostengono inoltre che il traffico di questa sostanza stupefacente, prodotta in grande quantità in Siria, venga utilizzato per finanziare l’Isis. Con l’uso di droghe quindi si previene il rifiuto e la paura che potrebbero colpire i terroristi al momento di agire, la consapevolezza viene annullata insieme a quel senso innato di giustizia che potrebbe trattenerli dal compiere un gesto così spietato.
Conoscere queste cose alimenta l’insicurezza delle persone. Siamo vulnerabili perché la nostra società non ci garantisce più di essere sereni. Dopo questo fatto ci sentiamo in pericolo, soprattutto perché ci è molto vicino, sia fisicamente che moralmente. Ci siamo sentiti dire che per altri attentati non abbiamo avuto la stessa reazione, per esempio qualcuno ha lamentato un eccessivo interesse da parte dei media nel raccontare questo fatto rispetto ad altri che avevano lo stesso rilievo. In parte si può giustificare la nostra particolare attenzione a un fatto del genere perché è avvenuto vicino a noi e ci ha coinvolto molto a livello emotivo, siamo fatti così: se un fatto avviene nel nostro contesto la nostra opinione sarà più forte e amplificata.
Come possiamo fare allora per combattere il terrorismo? Innanzitutto dobbiamo essere consapevoli che ogni forma di estremismo è sbagliata perché è fondamentale tollerare le idee degli altri anche se diverse o addirittura opposte alle nostre. Poi dobbiamo capire anche che il razzismo è controproducente ed avere dei pregiudizi in questo senso è profondamente errato. Cercare di avere più fiducia in se stessi e negli altri e mantenere sempre uno spirito di collaborazione e di confronto pacifico aiuta sicuramente a vivere più serenamente. Addolorati per le ingiustizie che ancora affliggono la società moderna dobbiamo cercare di fare la nostra parte per migliorare la situazione nelle nostre possibilità.

Lorenzo Nardean, 4^A
La Francia e i paesi del Mediterraneo sono in guerra. E i loro cittadini sono tutti ostaggi. Come lo Stato Islamico ci tiene sotto assedio.
Gli avvenimenti del 13 novembre 2015 hanno riportato ancora una volta a galla la vulnerabilità dei Paesi occidentali, come era già successo a giugno per la strage in Tunisia e a gennaio per l’attentato alla rivista satirica Charlie Hebdo.
Questa volta però le vittime sono state 129. Il terrorismo dello Stato Islamico ha colpito il cuore dell’Europa.
Ci sentiamo minacciati e dobbiamo calcolare i nostri progetti in previsione di possibili attentati o attacchi terroristici, come è nell’obiettivo dei terroristi seminare il panico tra la popolazione.
“La Francia e i paesi del Mediterraneo sono in guerra. E i loro cittadini sono tutti ostaggi”, spiega il filosofo francese Etienne Balibar sulla rivista Open Democracy, Regno Unito.
“Nessuna guerra di religione, diciamolo chiaramente, ha le sue cause nella religione stessa: c’è sempre un substrato di oppressioni, conflitti di potere, strategie economiche. E ricchezze troppo grandi, e troppo grandi miserie. Ma quando la religione si appropria di questi conflitti, la crudeltà può superare ogni limite, perché il nemico diventa anatema.
Così sono nati mostri di barbarie che si alimentano di violenza, come appunto l’IS, con le decapitazioni, gli stupri di donne ridotte in schiavitù, la distruzione di tesori culturali dell’umanità.
Ma così proliferano anche le altre barbarie apparentemente più razionali, come la guerra dei droni del Presidente statunitense Barack Obama, che a quanto risulta uccide nove civili per ogni terrorista.”
Infatti gli attentati di Beirut e Parigi hanno fatto capire l’urgenza di combattere lo Stato islamico e risolvere la crisi siriana.
“L’obiettivo dei jihadisti – racconta Anthony Samrani su L’Orient – Le Jour (quotidiano libanese) – è di scatenare un conflitto tra sunniti e sciiti e far esplodere una guerra civile tra i francesi di religione musulmana e il resto della popolazione”
Di fronte a un nemico simile, è difficile per i Paesi occidentali difendersi. La Francia ha intensificato gli attacchi aerei nelle zone occupate dall’Is, e in molti hanno denunciato le linee guida seguite finora dalla Francia in politica estera, chiedendo un riavvicinamento alla Russia e all’Iran.
Come già detto da Etienne Balibar, non tutto è riconducibile a incomprensioni religiose, ma è difficile capire cosa spinga i terroristi ad agire in questo modo.
Nel trattato “La gestione del caos”, scritto da Abu Bakr Naji si può leggere: “se una località turistica frequentata dai crociati viene colpita, tutte le località turistiche del mondo dovranno adottare misure di sicurezza aggiuntive, che comportano un enorme aumento delle spese”.
Con questi strumenti i Jihadisti vogliono logorare i nostri Paesi, che più si chiudono in loro stessi, più fanno gli interessi dei Jihadisti. Tuttavia è sbagliato pensare che queste milizie agiscano per riportare il mondo nel Medioevo; il loro obiettivo è quello di cambiare e salvare il mondo.
Per contrattaccare lo Stato islamico è necessario in primo luogo comprenderlo: capire perché attira a sé così tanti giovani, con quali promesse e con quali garanzie.
Di fronte a questo scenario Etienne Balibar propone queste soluzioni:
“Il riprestino dell’efficacia del diritto internazionale, e di conseguenza dell’autorità delle Nazioni Unite, annientate dalle pretese unilateraliste.
Occorre dunque risuscitare le idee di sicurezza collettiva e di prevenzione dei conflitti, che presuppone la rifondazione dell’ONU, dando maggior potere alle coalizioni regionali di stati.

Cappellazzo Giacomo San Donà di Piave, 5 dicembre 2015
Classe 4^A

Alla luce dei recenti fatti che hanno preso corso in tutta l’Europa nell’ultimo periodo sorgono spontanee delle domande che si possono definire indecidibili. Come possiamo combattere il terrorismo? Come possiamo proteggerci da queste violente azioni senza spiegazione? Come fa una società composta di culture e religioni differenti a degenerare nella paura del diverso?
Il rettore dell’università di Firenze Luigi Dei descrive il terrorismo come un “devastante morbo” che deve essere combattuto da “tutti coloro che hanno a cuore le sorti del popolo europeo e della democrazia”. Le recenti azioni terroristiche, attribuite all’ISIS (Islamic State of Iraq and the Levant), ci tolgono la libertà di vivere i nostri costumi, la nostra cultura e la nostra vita, perché la paura e il terrore che diffondono ci impediscono di essere lucidi e reattivi per rispondere in modo corretto e ponderato a questi devastanti gesti. La guerra contro il terrorismo non è da combattere con le armi e con i raid aerei ma è da portare avanti attraverso la politica e la diplomazia, creando una logistica internazionale contro un nemico comune. Per placare il terrorismo è necessario agire sugli interessi economici globali, che comprendono in primo luogo i militanti islamici ma anche le lobby delle armi da fuoco, società che si arricchiscono speculando sulla vita delle persone e sul terrore generale. La Russia il 2 dicembre 2015 ha preso posizione in questo senso, rifiutando di commerciare gas naturali con la Turchia di Erdogan infatti il presidente Vladimir Putin afferma che la leadership turca deve “pentirsi di ciò che ha fatto” poiché ha commerciato con i terroristi. Possiamo quindi capire che l’azione terroristica non ha un reale ideale religioso o sociale ma ha obiettivi economici, che vengono camuffati con dottrine fondamentaliste che non ammettono discussione e dialogo. Nella mentalità attuale, quando pensiamo a gruppi radicali islamici violenti, ci riconduciamo subito alla “Jihad”. Questa parola viene tradotta sbrigativamente come “guerra santa” e viene utilizzata come pretesto per creare disordine e disagio ma in realtà dovrebbe esprime l’idea di “sforzarsi e applicarsi in un obiettivo” che può essere rappresentato dalla lotta contro il male e l’ingiustizia. La popolazione europea non deve commettere l’errore di considerare tutti i musulmani pericolosi, perché la maggior parte non propugnano il concetto di “Jihad” armata ma cercano di usarlo per migliorare la società, nella quale vivono e viviamo. L’Europa in questo periodo, dove i valori fondamentali di libertà e felicità vengono un po’ a mancare a cause del terrore e della cattiveria, deve costruire strutture forti basate sulla tolleranza cercando di individuare i musulmani con buoni valori e discriminando gli estremisti poiché hanno un pensiero vuoto e perverso che non ammette idee e concetti diversi o contrastanti. Gli attacchi in una Francia multiculturale e multietnica hanno indignato l’intero mondo, perché venivano intaccati gli ideali fondamentali della democrazia che possono essere descritti con le parole libertà, uguaglianza e fraternità, simbolo dei francesi ma anche della popolazione europea. Avendo la fortuna di avere la cultura a portata di mano e di vivere in un paese libero, dobbiamo combattere la nostra personale crociata contro il terrorismo, sfruttando al massimo le occasioni che ci vengono date e cercando nel piccolo di partecipare attivamente alla creazione di una giustizia universale che condanni tutti i soprusi e i fondamentalismi. Per costruire un pensiero forte che non si leghi a basi di verità precostruite e insane è necessario informarsi e confrontarsi con altre persone per costruire un ideologia basata sul pensiero critico, pragmatico e maturo in grado di analizzare la realtà ultima e di scegliere l’alternativa corretta. Gli stati europei se voglio sradicare i fondamentalismi devo rendere il più trasparente possibile le informazioni e le notizie “facendo esaminare tutto con la ragione” come affermava il francese Pierre Charron nel 1601. Gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 sono stati caratterizzati da cinque kamikaze ed è molto difficile riuscire a convincersi che cinque persone si siano fatte esplodere per una causa considerata da tutto il mondo sbagliata. La coscienza di queste cinque persone è stata alienata ed eliminata completamente con un indottrinamento spietato e inumano. I media li descrivono come persone che avevano vissuto nella normalità e nella società europea e attraverso internet sono venuti a contatto con queste cellule terroristiche e dopo un addestramento nelle milizie in Siria sono diventati diversi, senza scrupoli capaci di uccidere 129 esseri umani e farsi esplodere per essere ricordati e per raggiungere il loro “paradiso”. I media e internet prendono quindi un ruolo centrale perché sono in grado di influenzare l’opinione pubblica, ma posso anche amplificare la reazione facendo il gioco dei terroristi, infatti il loro obiettivo è logorare la società occidentale e alienare la nostra visione della libertà, come succede nel film “L’Onda” di Dennis Gansel. I terroristi sono lontani dalla realtà hanno staticità di pensiero e non riescono a sviluppare idee mature. Per sfuggire a questo pericolo dobbiamo avere un pensiero libero, perfettibile e in grado di evolvere, come scriveva Cartesio nelle “Discorso sul metodo”. Il vuoto di pensiero e un ambiente socio-economico degradante, nel contesto del totalitarismo terroristico, porta a credere ad un’unica idea e ad un unico concetto pilotato da un altro. La formazione, che non è indottrinamento di un individuo, si concretizza come elemento fondamentale per essere distaccati dalle convinzioni assurde dell’ISIS e grazie alle esperienze fatte sulla “carta” possiamo avere un pensiero forte. Il presidente francese Hollande afferma che bisogna “studiare per amore della vita” e Mattarella propone di “stimolare la cultura” per rendere l’Unione Europea libera e protagonista. Gli europei devono difendere il patrimonio dell’umanità e l’integrità delle persone attraverso la tolleranza, intesa come integrazione e non come sopportazione (Michel De Montaigne). Per sradicare i fanatismi dalla vita delle persone diventa necessario costruire una società utopistica dove l’armonia del dialogo e l’accettazione della diversità convivono, creando le condizioni per permettere all’uomo, e ai terroristi, di uscire dallo “stato di minorità”, idee già anticipate da Pierre Bayle e Immanuel Kant nel XVI secolo. Si può affermare che l’educazione alla cittadinanza e la creazione del senso assoluto della giustizia possono essere una soluzione. Una società movimentata e diversa come la nostra ha un senso di giustizia comune? Aristotele affermava che la giustizia è un insieme di valori condivisi che rappresentano un possesso comune a tutta l’umanità. La giustizia diventa intangibile quindi si può definire come un’ opinione su ciò che è giusto e su ciò che è sbagliato e si trasforma in qualcosa di relativo che dipende dal contesto in cui ci si trova ma alcuni valori fondamentali, tra i quali vita, libertà, felicità, devo essere garantiti a tutti gli esseri umani solo perché respirano. Tutte le persone dovrebbero chiedere alla propria coscienza, sede della giustizia per Averroè, se gli attentati rispettano i valori fondamentali delle persone e quindi esprimersi con convinzione su questi sconvolgenti avvenimenti.
Un’altra strada è l’iniziativa dei cittadini per superare le frontiere e le contrapposizioni tra le credenze e gli interessi della comunità, il che presuppone innanzitutto la possibilità di esprimersi sulla pubblica piazza. Serve che gli occidentali e gli orientali costruiscano insieme un linguaggio nuovo, assumendosi il rischio di parlare gli uni per gli altri.”
Nel frattempo l’unica mossa da parte della Francia è stata quella di intensificare i raid aerei. Questo non compensa il fatto che paesi come Australia, Arabia Saudita, Barhein, Emirati Arabi Uniti e Giordania abbiano smesso di bombardare, mentre il nuovo governo canadese ha deciso di ritirare i suoi aerei dall’Iraq e Siria. Quindi per il futuro possiamo aspettarci altre tragedie.
Le proposte di Etienne Balibar sono concrete e in questo momento possono aiutarci a risolvere questa situazione di vero e proprio assedio, dal momento che il disimpegno non è una strategia attuabile (non è presentabile all’opinione pubblica e ci metterebbe in una posizione difficile con i nostri alleati mediorientali).
La vera svolta deve partire dall’educazione alla cittadinanza, alla giustizia e alla legalità.
I seguaci dei partiti jihadisti provengono da situazioni lontane dalla realtà, in cui manca uno scambio e un confronto culturale il più libero e ampio possibile.
“Bisogna studiare per amore della vita e della cultura”, come ha scritto il Presidente Hollande per l’elogio funebre di Valeria Soresin, una delle vittime degli attentati del 13 novembre.
I giovani cittadini devono essere aperti alla tolleranza, così in futuro si eviteranno conflitti come quelli che ci spaventano in questi giorni.

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