Un consiglio a Petrarca

Chinellato Nicolò 3^A

Commento sui sonetti:
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
Fiamma dal ciel su le tue treccie piova

Nei primi due sonetti, entrambi estratti dal Canzoniere (1336), viene discusso l’amore di Petrarca verso Laura, ma con una visione diversa da un sonetto all’altro.
Nel primo dei due, che funge da introduzione all’opera, il poeta sembra provare vergogna per essersi innamorato di Laura e per aver vaneggiato tutti quegli anni. Nonostante il suo amore fu un amor platonico e stilnovista, egli lo ricorda quasi come peccaminoso e inopportuno. Chiede quindi perdono a Dio per essersi dimenticato di lui e per essere cascato in uno dei vizi dei suoi contemporanei, che egli ha sempre condannato.
Da questo sonetto non si capirebbe che il suo è stato un amore stilnovista, ma ciò viene esplicato e inteso nel secondo sonetto.
In questo componimento (Erano i capei d’oro a l’aura sparsi) viene rievocato il momento dell’innamoramento del poeta aretino, che avviene in una maniera simile a quello di Dante. Il poeta infatti incontra questa donna bionda, dal viso grazioso e dall’aspetto e il comportamento angelici, e se ne innamora subito, avendo “un’esca amorosa nel petto” come egli stesso dice (verso VII).
Petrarca sembra giustificarsi di questo suo innamoramento, anche se lui ormai è cambiato e si ritiene una persona più seria e matura per queste cose.
Se fossi stato vicino al poeta toscano avrei cercato sicuramente di fargli notare l’eccessiva colpa ce egli si attribuisce per essersi innamorato, e avrei cercato in qualche modo di smorzare la cosa per far sì che soffrisse di meno.
Nel terzo sonetto invece l’argomento cambia radicalmente.
Il testo, estratto sempre dal Canzoniere, è una violenta e furiosa critica verso il papato, in particolare per il trasferimento della sede pontificia ad Avignone.
La chiesa viene quindi simbolicamente incarnata da una prostituta, colpevole di vendersi al miglior offerente, in questo caso il re di Francia, sotto il papato di Clemente V.
Il disgusto per questi comportamenti è alimentato dal periodo vissuto da Petrarca proprio ad Avignone e dal periodo trascorso come prete.
Il poeta si augura una pioggia di fuoco sopra la chiesa in modo da cancellare la corruzione presente in questa. Dopodiché elenca brevemente le altre colpe imperdonabili degli alti prelati, colpevoli di violare costantemente il voto di castità e di vendere le cariche ecclesiastiche a chi era disposto a pagare per ottenerle.
Se fossi stato una persona vicina a Petrarca, lo avrei incoraggiato nella sua attività di feroce critica e moralizzazione del papato, colpevole ormai da decenni di svariate colpe e talvolta persino istigatore di guerre, fra cui le crociate.

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Un benvenuto alle nuove leve

Matteo Midena Classe 3°A

Argomento: Tre scrittori del Novecento di fronte a Dante.
Titolo: L’universalità di Dante

“Dante è il poeta più universale che abbia scritto in lingua moderna, la sua poesia rappresenta l’unica scuola universale di stile poetico valida per qualsiasi lingua” scrive il poeta inglese del 1929 Thomas Steans Eliot.
La sua opera infatti è scritta in volgare fiorentino, per renderla così accessibile al popolo.
Nel Medioevo è risaputo che la maggioranza della popolazione era analfabeta perché il monopolio della cultura era in mano alla Chiesa, gli amanuensi formavano il pensiero della gente anche attraverso il bianco mantello di chiese.
Pur di rimanere coerente con la scelta del linguaggio della sua opera, Dante rifiuta la corona d’alloro proposta da Giovanni del Vigilio, (offertagli purché scrivesse la sua opera in latino) che rappresentava la massima onorificenza data ai sommi poeti.
Dante diventa quindi un modello da seguire, perchè non desiste da un progetto in cui crede. Montale sottolinea come l’autore sia lontano da noi moderni troppo razionali e mercificati e di come l’esempio di Dante sia irripetibile. Lo stesso Jorge Luis Borges, scrittore argentino, nel 1977 dichiara di aver tentato di emulare nei suoi racconti la capacità dantesca, di “presentare un momento come compendio di una vita”,”rendere sensibile l’astratto, e di rendere corporeo anche l’immateriale”, (1965 – Montale).
Dante dice proprio tutto, infatti parla di politica, letteratura, sociologia, filosofia, quindi rappresenta l’apice della letteratura e delle letterature (Borges), “Dante ha fatto il pieno, e per gli altri la benzina è stata scarsa” si pronuncia di nuovo Montale nel 1971. “Nessuno ha il diritto di privarsi di questa felicità, la Commedia che è e resterà l’ultimo miracolo della poesia mondiale; di privarsi di leggerla in modo ingenuo, con la confidenza di un bambino ed abbandonarsi ad esso” (Borges).
“La vera poesia ha sempre il carattere di un dono e  pertanto essa presuppone la dignità di chi lo riceve, questo è forse il massimo insegnamento che Dante ci ha lasciato”, evidenzia  Montale. Come dice Dante, nell’Epistola 13^ a Cangrande della Scala, la sua Divina Commedia ha come finalità aiutare l’umanità al necessario raggiungimento della felicità. Felicità che si raggiunge con la conoscenza di Dio, attraverso la teofania, e secondo Dante anche attraverso la ricerca del sapere e della verità.
Nel “Intendo fare un generale convivio” Dante non si considera un filosofo né un teologo, si definisce un uomo che è riuscito ad abbandonare i piaceri mondani, di cui si ciba la maggioranza delle persone.
Dante vuole quindi dare la possibilità ai poveri di spirito di diventare ricchi interiormente, attraverso le sue rime dottrinali e filosofiche.

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Continuando a ragionare sul PIL

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I GIOVANI FAVOLOSI

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L’Eco dei Titani è qui!

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I giovani sono risorse

Brenko Matteo, Cappellazzo Giacomo, Nardean Lorenzo       5^A

Processo al romanzo sperimentale: progressista o conservatore?

Progressista: diventa indagine sociale e racconta una società in continuo cambiamento

 

Il romanzo in laboratorio “Dobbiamo operare sui caratteri, sulle passioni, sui fatti umani e sociali come il fisico ed il chimico operano sui corpi inanimati e come il fisiologo opera sugli organismi viventi”, scriveva Emile Zola ne “Il romanzo sperimental”e (1880). Ispirandosi al realismo, già introdotto all’inizio del secolo da Dickens, Balzac e Hugo, Zola ha inventato un modo nuovo di pensare il romanzo, raccontato da un punto di vista imparziale e oggettivo. Con il romanzo sperimentale ha dato vita alle correnti letterarie del Naturalismo in Francia e del Verismo in Italia, ritratti fedeli e impersonali del periodo storico segnato dalla filosofia positivista. Il romanzo sperimentale ha avuto un’importanza culturale nuova: strumento al servizio della scoperta e del progresso e mezzo di indagine sociale, basato sul rapporto causa-conseguenza (determinismo). In quegli anni la corrente filosofica positivista aveva sottomesso la tecnica al servizio della scienza, come aveva precedentemente esposto Francis Bacon (Novum organum, 1620). Come Zola molti intellettuali della fine del XIX secolo inneggiavano alla scienza per dare fondamento epistemologico a tutti gli ambiti del sapere, da quelli scientifici a quelli umanistici e sociali (psicologia, sociologia, linguistica, antropologia culturale).

Positivismo in letteratura“Positivismo” si riferisce alla supremazia dei dati di fatto “positivi” sulle speculazioni astratte, e fu la corrente filosofica che segnò la fine dell’Ottocento.

Nella cultura europea dell’Ottocento il Positivismo ha rappresentato non solo l’orientamento filosofico dominante, ma anche un’atmosfera, un costume, un atteggiamento esteso a tutti i campi dell’attività umana. In ambito europeo si sviluppò un clima di fiducia entusiastica nelle forze dell’uomo e nelle possibilità del sapere scientifico e tecnologico, portando l’idea di “vita in funzione del lavoro” a quella di “lavoro in funzione della vita” (Spencer). Le scoperte scientifiche riuscirono a raggiungere il mondo della letteratura quando nel 1859 Charles Darwin pubblicò “L’origine della specie” nel quale veniva formulata la teoria dell’evoluzione, che sconvolse non solo il mondo scientifico, ma anche quello della speculazione filosofica. L’idea dell’evoluzione fu trasferita sul piano sociale in una visione ottimistica del progresso della società: anche le concezioni imperialiste e colonialiste furono inserite nel movimento positivo per educare e civilizzare “popoli truci (…) mezzo demoni e mezzo bambini” (Kipling). Lo scienziato diventa il vero protagonista della storia, simbolo dell’uomo moderno. È caratteristica dell’epoca la diffusione delle idee scientifiche tra tutte le persone di qualche cultura.

La prima contaminazione scientifica nella letteratura si può ricercare nell’opera “Corso di filosofia positiva” (1830) di Auguste Comte. Per il caposcuola francese del Positivismo l’unico metodo di indagine valido è quello scientifico, basato sull’osservazione dei fenomeni e sullo studio delle leggi che li mettono in relazione. Il pensiero di Comte venne rivalutato solo alla fine del secolo, quando venne usato a suffragio delle teorie darwiniane. La nuova filosofia positiva acquistò il predominio nella cultura e nelle università, mettendo in ombra le correnti idealiste di inizio secolo (Hegel, Fichte, Schelling). Il positivismo trovò la massima diffusione con l’opera di Herbert Spencer, che in “Principi di sociologia” ridusse i fenomeni sociali a leggi naturali immutabili, in cui tutto si evolve dal semplice al differenziato.

In campo letterario la concezione di Hyppolyte Taine era ispirata ad un rigoroso determinismo materialistico ed affermava che i fenomeni spirituali sono prodotti dalla fisiologia umana e sono determinati dall’ambiente fisico in cui l’uomo vive. Taine applicò tali concezioni agli argomenti umanistici sulla base del principio dell’influenza della razza, dell’ambiente, e del momento storico (Filosofia dell’arte, 1865). L’opera d’arte, come la psicologia umana e la storia, deve essere analizzata attraverso i suoi legami materiali con la realtà e la sovrastruttura: “gli uomini che sviluppano la loro produzione e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero” (K. Marx).

Flaubert e il documento umano Il romanzo sperimentale, come la filosofia positivista, si libera di digressioni saggistiche e sfoghi soggettivi del narratore. Zola, prendendo come modello il fisiologo Claude Bernard, sostiene che il metodo sperimentale delle scienze, applicato in un primo tempo ai corpi inanimati (chimica, fisica), poi ai corpi viventi (fisiologia), deve essere ora applicato anche alla sfera “spirituale”, agli atti intellettuali e passionali dell’uomo. Di conseguenza la letteratura e la filosofia, che hanno come oggetto di indagine proprio tali atti, devono entrare a far parte delle scienze, adottando il metodo sperimentale. Alla base del romanzo zoliano vi è perciò una concezione progressista della società e della funzione dello scrittore, a cui viene assegnato un preciso impegno sociale e politico. Inoltre secondo Zola lo scienziato-scrittore, utilizzando gli strumenti della scienza moderna, deve realizzare il progresso e il benessere degli uomini. Al romanzo sperimentale si può attribuire il merito di aver portato una concezione progressista della società all’interno della letteratura di fine Ottocento.

Con questa chiave di lettura possono essere interpretate tutte le opere dello scrittore francese Gustave Flaubert. La storia esemplare di Emma, protagonista del romanzo “Madame Bovary”, è il “documento umano” di una donna appartenente alla piccola borghesia di provincia, che non sopporta il grigiore della vita quotidiana e cerca di evadere con sogni di vita intensa, lussuosa, aristocratica. I sogni non riescono ad appagarla veramente, l’insofferenza e l’inquietudine la spingono alla ricerca di amori adulteri. La donna che aspira ad amori sublimi si trova a vivere relazioni squallide, con uomini mediocri, cinici e volgari. Quella di Emma è una forma di ribellione contro un ambiente noioso e frustrante, che non fa che rafforzare i meccanismi di quell’ambiente: il sistema sociale non può che espellere il corpo estraneo, che non accetta di piegarsi alle convenzioni e ai ruoli stabiliti. Il sogno di vita di Emma non può che concludersi con la rovina e la morte, poiché tutti i fattori della triade di Taine conducono a questa conclusione. Nel romanzo di Flaubert il personaggio femminile è usato come strumento di una spietata analisi critica di una società meschina e gretta, che mortifica ogni potenzialità umana. Contemporaneamente anche Emma, in quanto partecipe della velleità di quell’ambiente, è essa stessa oggetto di giudizio critico.

Madame Bovary c’est moi!Madame Bovary ha un’impostazione impersonale in cui Flaubert è “come Dio nell’universo: presente dovunque e non visibile in nessun luogo”. Lo scrittore deve avere la precisione di anatomista e di chimico nell’analizzare la natura umana e le sue eccezioni patologiche, la sua narrazione  fa vedere le vicende attraverso gli occhi e le impressioni dei personaggi. “Madame Bovary c’est moi!” affermò Flaubert durante il processo al suo romanzo.

La storia di Emma è una tranche de vie ispirato a fatti reali, esposto senza imporre ai lettori nessuna tesi. Dalla narrazione emerge l’indagine sociale: i rapporti familiari, la classe media francese, l’adulterio, le usanze e i costumi della Francia di fine secolo. Questa imparzialità dell’autore rende Emma un personaggio ambiguo: il suo gesto estremo è un segno di sottomissione o di liberazione? Conformista schiava dell’ipocrisia o spavalda femminista ante litteram?

L’intento di Flaubert era quello di raccontare una storia vera, senza filtri e senza intromissione del narratore per condurre un’indagine sociale che raccontasse una Francia in continuo cambiamento, dove le forze conservatrici e le tradizioni popolari si scontrano con le aspirazioni individuali e la scalata sociale. Esplorò l’uso magistrale del discorso indiretto libero e la ricerca stilistica costante della “parola giusta”, tipica della scuola parnassiana. Flaubert, con la sua opera, “propone un’illustrazione sociale del nostro secolo”, come le opere artistiche di Fattori, Millet e Courbet.

Un libro: Kim (Kipling)

Un luogo: Rouen (Francia)

Un film: Viaggio nella luna (1902, G. Melies)

 

Conservatore: racconta fedelmente una società malata di nichilismo e accecata di progresso

 

Racconto d’indagine e racconto di denuncia – Il tratto tipico del romanzo del secondo Ottocento in generale è l’eclisse dell’autore, espressione verghiana che descrive il ridimensionamento o la scomparsa totale del ruolo della voce narrante. L’eclisse si realizza con la “regressione” mentale del narrante ad un mondo popolare e primitivo e con la narrazione “impersonale” (che si limita a registrare azioni e dialoghi attraverso uno studio dal vero).

Molti scrittori del romanzo sperimentale hanno usato il racconto realista per trasporre la vita delle classi meno abbienti. Il romanzo sperimentale congela i “Malavoglia” di Verga o la famiglia “Malivoire” dei racconti di de Maupassant nel loro immobilismo sociale. Nel romanzo di Verga le nuove generazioni si scontrano con la figura di padron ‘Ntoni (il nonno). Nella Sicilia di Verga gli anziani sono i custodi della tradizione e i valori della tradizione sono più forti delle spinte progressiste. La logica spietata dell’interesse e della roba, la forza e la sopraffazione, esprimono il pessimismo dell’autore, sfiduciato dal progresso e dal futuro.

A differenza di Zola, Verga pone al centro della sua opera il principio della lotta per la sopravvivenza, che ricava dalle teorie del Darwinismo sociale: tutta la società, ad ogni livello, è dominata da conflitti di interesse, ed i più forti trionfano, schiacciando i più deboli. Un pensiero molto vicino al materialismo storico di Karl Marx, secondo il quale le disuguaglianze sociali determinano il funzionamento della società. Verga però non intende soffermarsi sui vincitori di questa guerra costante e sceglie come oggetto della sua narrazione i “vinti”, reietti ed emarginati lasciati ai margini dalla “fiumana del progresso”.

Regressione e ritorno alla tradizione Verga non ha fede nella virtù taumaturgica della scienza; esalta il valore della famiglia, del focolare domestico, il rousseauiano mito del primitivo. La famiglia de I Malavoglia, regolata da “certi motti e proverbi” degli antichi, sembra il supremo valore e l’unica ancora di salvezza: è questo l’ideale dell’ostrica.

Anche in Fantasticheria (Fanfulla della domenica,1879) non mancano atteggiamenti polemici e moralistici contro il bel mondo. Nella famiglia tradizionale e anacronistica (esercito di formiche) trovano posto i valori morali autentici e la laboriosità. Il realismo e il desiderio del ritorno alla natura ancestrale si sviluppò parallelamente nei romanzi di Mark Twain (“tutta la letteratura americana moderna deriva da un unico libro di Mark Twain chiamato Huckleberry Finn”, E. Hemingway). In Russia, invece, i romanzi di Dostoevskij raccontarono un’immagine squallida e agitata della società contemporanea, con storie di passioni roventi e fatti di sangue. Ma la sua narrazione non fu di indagine sociale, e assunse infatti un taglio puramente filosofico.

Dietro alla “regressione” di Verga vi è il pessimismo di chi ritiene che la realtà sia immodificabile, dominata da uno spietato antagonismo sociale, rafforzato dal disprezzo corale verso gli emarginati. Storie come quelle del garzone di miniera Rosso malpelo non appartengono solamente ad un mondo circoscritto all’immaginario verghiano, ma si ripropongono oggigiorno con nuove dinamiche. Nelle miniere di cobalto del Congo, giovani vite vengono mandate a lavorare in condizioni disumane per estrarre i materiali necessari alla produzione di computer e telefoni. Lo sviluppo della scienza non ha portato ad un progresso democratico, al contrario cerca di sfamare una società dominata dall’edonismo. La tecnica ha sottomesso a sé la scienza, che è diventata noiosa e improducente, come dice il politologo Francis Fukuyama (Ricerca a grappolo).

Dalle opere di Verga emerge l’avidità di ricchezza nella borghesia di provincia (Mastro-don Gesualdo), la vanità aristocratica (La duchessa de Leyra), l’ambizione politica e artistica (L’onorevole Scipioni; L’uomo di lusso). Il conservatorismo di Verga si inserisce nel movimento antipositivista diffuso tra gli intellettuali lontani dalla cultura dominante.

Un altro modo di pensare il progresso Ben lontano da un pensiero conservatore, anche il filologo tedesco Friedrich Nietzsche promuove un’aspra lotta contro il Positivismo. Dal lavoro interpretativo delle opere di Nietzsche a cura del filosofo Martin Heidegger, emerge una critica al degrado della cultura occidentale, figlia della filosofia platonica e della religione cristiana. Per Nietzsche questi presunti valori, assieme alla morale e alla metafisica sono “sovrastrutture mentali” che hanno piantato nella storia il germe del nichilismo, portando ad un progressivo decadimento. Con la frase “Dio è morto” (La Gaia scienza, 1882) Nietzsche annuncia la crisi della ragione; questo deserto di valori può condurre l’uomo alla rovina o alla rinascita. L’affermazione non nega solo l’inesistenza di Dio, ma anche la necessità di porre un principio metafisico alla propria esistenza.

L’Oltreuomo sarà colui che saprà riconoscere la realtà come mera apparenza, rinunciare ad una visione finalistica della vita per affidare a se stesso la responsabilità della propria esistenza, diventando il significato stesso della terra. In “Così parlò Zarathustra” (1885), il racconto dell’uomo che morde il serpente che lo stava aggredendo è la metafora dell’individuo che si emancipa dal peso opprimente del tempo e inizia a vivere una nuova vita, libero dalle ipocrisie dei mediocri e dalla “morale degli schiavi”.

Questione di spirito Il pensiero nietzscheano diverge da quello conservatore per la sua visione positiva della scienza (indice del processo di dissoluzione delle strutture metafisiche), e per la proposta di superamento del nichilismo.

Il saggio “La nascita della tragedia” critica la decadenza della società contemporanea confrontata con quella classica, equilibrio perfetto tra spirito apollineo (razionale) e dionisiaco (mistico). Socrate fu il primo a contrapporre all’istinto tragico l’ottimismo della ragione, soffocando irreversibilmente lo spirito dionisiaco.

Nietzsche  ha lasciato in eredità un corpus di opere in forma frammentaria, aforistica, e provocatoria. Sebbene non si possa inserire il suo pensiero tra le forze conservatrici del secolo, si trova nei suoi testi un forte sentimento anti-positivista; “i dotti non possono arrivare a scorgere i veri grandi interrogativi: il loro animo e così pure la loro vista non arriva a tanto (…) quel che induce il pedante Spencer a favoleggiare di quella conciliazione finale di ‘egoismo e altruismo’, a noi mette la nausea” (La Gaia scienza).  Il pensiero positivo ignora le cause prime, l’origine del mondo e il destino dell’uomo perché non sono spiegabili razionalmente (“Ignoramus et ignorabimus”, Sette enigmi dell’universo, Emil Du Bois-Reymond). Il pensiero di Nietzsche non condanna la ragione ma critica coloro che si precludono la conoscenza del mondo perché intrappolati sotto una crosta di intellettualismo.

 

Un libro: L’ospite inquietante (Galimberti)

Un luogo: Aci Trezza (CT)

Un film: 2001: A space odyssey (1968, S. Kubrick)

 

 

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CANZONI PER LA 3^A

Amore “spesso abbandona i naviganti in mezzo all’onda tempestosa” lo dice Andrea Cappellano, autore medievale del 1187, nella sua opera : “De Amore.”

La metafora del mare , che può travolgere con le sue tempeste, la ricorda Zero Assoluto nella canzone “Di me e di te.”

Sì, l’amore può travolgere, ma questa non è la tematica principale portata avanti dagli artisti presi in esame.

L’amore cortese inebria l’innamorato, gli dà bellezza e virtù, lo rende nobile d’animo.

Guinizzelli, autore stilnovista, decanta la bellezza della sua donna, paragonandola alla rosa e al giglio e a tutto ciò che è bello … “ alba chiara…sei fresca come l’aria” , sembra richiamarlo Vasco Rossi nella sua canzone e Zero Assoluto continua a sognare i suoi occhi aperti. L’occhio è specchio dell’anima, ieri come oggi.

E ancora… “null’om po’ mal pensar fin che la vede” canta Guinizzelli, è così bella che riesce a convertire alla fede religiosa.

E’ bella da morire, è magica…come dice Jovanotti : “…trasforma un pomeriggio in un capolavoro”, come quella volta in cui Dante incontra Beatrice per strada  : “ Tanto gentile e tanto onesta pare…a miracol mostrare.”(Dante aveva perso la testa!).

Amando la donna/angelo ci si assicura un posto in Paradiso. Lo garantisce Guinizzelli , che immagina di essere al cospetto di Dio, con la giustificazione che amare una donna non è peccato: “ teneva d’angel sembianza che fosse del Tuo regno, non ne fu fallo se in lei posi amanza.”

Più bella cosa non c’è…unica, immensa quando vuoi” anche Ramazzotti sembra convertito all’amore cortese medievale.

Ah sì! Ieri e oggi, in amore, si confondono!

LA PROF

 

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