NO al grembiule, però…

Riporto di seguito quanto scritto da una prof. a mia zia (anch’essa del mestiere):

Io lo portavo bianco, col fioccone rosa. La mamma me lo faceva cucire dalla sarta e incaricava la ricamatrice di impreziosirlo con greche orizzontali, disegnini colorati, iniziali arzigogolate. Lo stirava e lo apprettava la sera prima e lo lasciava appeso perché non prendesse nemmeno una pieghina. Al mattino me lo infilava, piano, con delicatezza, esortandomi a non costellarlo –così diceva lei- di grinze morte. I bottoni si rincorrevano lungo la colonna vertebrale e mi davano noia quando mi sedevo al banco, sulla seggiola di legno. Il fiocco era di sostenuto taffettà, sempre ben teso e largo. In prima amavo il mio grembiule, simbolo di appartenenza a una categoria: la studentessa orgogliosa. In seconda iniziai a sbertucciarlo, quasi in un rito d’iniziazione finalizzato a temprare lui e –indirettamente- me. In terza sciolsi il fiocco, per comunicare che stavo crescendo e iniziavo a maturare un’opinione personale sulle regole sociali. In quarta –fase di ribellione conclamata- presi a portarlo al contrario e sbottonato. In quinta annusavo già olezzo di salto alle medie: non lo misi più e a scuola mi presentai ogni giorno in abiti civili.

Se ne evince che il grembiule mi ha sempre convinta poco.

Però mi convincono poco anche gli ombelichi all’aria e i pantaloni a mezze natiche, dentro le aule di una scuola. E ancora meno trovo di buon gusto quell’ostentazione esasperata di marche, nomi e sigle, dietro cui si nascondono cifre da capogiro che considero immorali, se  vengono messe addosso a chi ancora non è in grado di scrivere il proprio nome sopra un foglio.

Poiché non vivo fuori dal mondo e conosco i prezzi in circolazione, durante l’inattività coatta delle verifiche in classe mi attardo in calcoli approssimativi sommando gli euro che i miei studenti portano sfrontatamente in giro. E resto a un tempo perplessa, frustrata e amareggiata. Perché mi rendo conto che dietro le scelte discutibili di uno studente, c’è sempre un genitore che gli fa da esempio o accetta di accontentarlo ad ogni costo.

Esorterei le famiglie a scegliere per i loro figli un abbigliamento comodo, sobrio, sportivo, adatto al contesto in cui lo indosseranno. E inviterei i presidi a pretendere il decoro, perché i ragazzi capiscano che –se l’abito non fa il monaco- di certo è disdicevole che un monaco si presenti in chiesa in pantaloni corti e canottiera.

Ma più che altro, se fossi un Ministro della Pubblica Istruzione e avessi l’idea di ripristinare la divisa scolastica, mi affretterei a statalizzarla: già li vedo, sulle pagine patinate delle riviste di moda, i grembiulini D&G in rigoroso bianco e nero, quelli Armani, dal taglio lineare e classico ma con una strizzata d’occhio all’oriente, o quelli di Cavalli, più frufrù.

Del resto, già Bianca Pitzorno –nel suo delicato e ironico Ascolta il mio cuore– fa dire a Prisca Puntoni che il grembiule del nostro dopoguerra (prezioso e rifinito per i ricchi, ordinario e rattoppato per i poveri) tutto era, fuorché simbolo di parità. 

A voi i commenti…scusate i cambi di font dovuto a non sò cosa.. 

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2 risposte a NO al grembiule, però…

  1. pieraisgro ha detto:

    NO al grembiule però…sarà il buon senso ( da coltivare) a permettere di adeguare l’abbigliamento al contesto in cui muoversi!

    @bobcarr…tutto serve per far riflettere! A volte i paradossi urtano ma sono quelli che attirano l’attenzione.

  2. bobcarr ha detto:

    #@vianello mi piacevano di più i post sulla gente che frequenta i negozi d’estate in spiaggia: più originali; questo mi sembra un pochino fuori del tuo pensiero.
    ciao e buon lavoro

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